Altro che bolla AI, secondo Burry ce ne sono almeno tre. E la prima sta per scoppiare

Claudia Cervi

21 Gennaio 2026 - 08:23

Non esiste la bolla dell’intelligenza artificiale: ce ne sono più di una, con tempistiche e vittime diverse. E la prima è pronta a scoppiare.

Altro che bolla AI, secondo Burry ce ne sono almeno tre. E la prima sta per scoppiare

Il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui tutti hanno corso nella stessa direzione. L’intelligenza artificiale è diventata la parola d’ordine di bilanci, conference call e presentazioni agli investitori, mentre Nvidia ha spinto la sua capitalizzazione verso quota 4,5 trilioni di dollari, entrando nel club ristretto delle aziende “più preziose di sempre”.

Un rally alimentato anche dal contesto macro. Dopo due anni di rialzi, il ciclo dei tagli dei tassi ha rimesso ossigeno ai multipli e l’economia americana ha continuato a sorprendere in positivo, rafforzando l’idea che questa volta la crescita possa andare avanti senza intoppi.

Ed è proprio quando tutto sembra allineato che torna la domanda più scomoda. Siamo in una bolla dell’intelligenza artificiale? Per Michael Burry, l’uomo che aveva visto arrivare il disastro dei subprime, è la domanda sbagliata. Il problema non è se c’è una bolla. Il problema è quante ce ne sono. E soprattutto quale potrebbe scoppiare per prima.

La prima bolla dell’AI è quella che nessuno vuole vedere

Quando si parla di bolla dell’intelligenza artificiale, l’attenzione tende a spostarsi subito sui nomi più grandi, sui numeri record e sulle capitalizzazioni da capogiro. È comprensibile, perché è lì che si concentra la narrativa. Ma secondo Michael Burry, il primo punto di rottura non va cercato in cima alla piramide.

La fragilità iniziale, quella che rischia di manifestarsi per prima, si trova più in basso, nello strato applicativo dell’AI. È il mondo delle startup e dei servizi che hanno costruito il loro modello di business intorno a tecnologie sviluppate da altri, limitandosi a riconfezionarle in prodotti facili da vendere e ancora più facili da sostituire.

Negli ultimi due anni questo segmento è esploso. Bastava integrare un modello linguistico, aggiungere un’interfaccia intuitiva e raccontare una storia credibile agli investitori. I ricavi sono arrivati in fretta, spesso più per entusiasmo che per reale necessità di mercato. Ma proprio questa velocità è diventata il punto debole.

Il problema non è tecnologico, è strutturale. Quando il valore di un prodotto coincide quasi interamente con l’accesso a un’API, il confine tra azienda e funzionalità diventa sottilissimo. E quando le grandi piattaforme decidono di assorbire quelle stesse funzioni nei propri ecosistemi, il rischio non è la concorrenza. È l’irrilevanza.

Per Burry, è qui che si intravede la prima crepa del boom AI. Non un crollo improvviso, ma una selezione silenziosa fatta di margini che si assottigliano, utenti che migrano altrove e valutazioni che smettono di reggere al confronto con i fondamentali. È la parte del mercato dove l’euforia può spegnersi più in fretta, perché il fossato competitivo, in molti casi, non è mai esistito davvero.

Ed è qui che molti iniziano a sbagliare lettura.

La seconda bolla dell’AI è quella dei modelli, dove i costi corrono più dei ricavi

Superato lo strato più fragile delle applicazioni, il rischio si sposta più in alto, nel cuore dell’intelligenza artificiale. Qui ci sono i grandi modelli, i laboratori che li sviluppano e una competizione che, negli ultimi due anni, ha assunto i contorni di una corsa agli armamenti tecnologica.

Ogni nuova versione deve essere più potente della precedente e questo significa più calcolo, più energia, più capitale. Fermarsi non è un’opzione, perché rallentare equivale a perdere terreno. Ma proprio questa dinamica, secondo Michael Burry, nasconde una delle fragilità meno discusse del boom AI. Il vantaggio tecnologico non coincide automaticamente con un vantaggio economico.

Quando i modelli iniziano ad assomigliarsi e le funzionalità diventano comparabili, il rischio è che il valore si sposti altrove. Non nella potenza in sé, ma nella capacità di distribuirla, integrarla e farla pagare senza bruciare margini. È qui che entra in gioco il conto economico, spesso oscurato dall’entusiasmo per le prestazioni.

Questa bolla non è fatta di promesse vuote, ma di investimenti reali e costi strutturali. Proprio per questo potrebbe sgonfiarsi lentamente, attraverso un aggiustamento delle aspettative, più che con un crollo improvviso. E quando l’attenzione passa dalla potenza alla redditività, il mercato tende a diventare molto meno indulgente.

La terza bolla dell’AI è quella delle infrastrutture

Se le prime due bolle riguardano ciò che si vede e ciò che si progetta, la terza riguarda ciò che si costruisce. Data center, chip, reti, energia. È il livello meno spettacolare del boom dell’intelligenza artificiale, ma anche quello in cui si concentrano gli investimenti più massicci e le scommesse più difficili da invertire.

Negli ultimi anni la corsa all’AI ha spinto le grandi aziende tecnologiche a impegnare capitali senza precedenti, con piani di spesa che si misurano in centinaia di miliardi. Il contesto macro ha reso tutto più semplice. Tassi in discesa, liquidità in aumento e un’economia americana sorprendentemente resiliente hanno abbassato la soglia di tolleranza al rischio, rendendo accettabile investire oggi per un ritorno che arriverà, forse, domani.

È qui che Michael Burry vede il pericolo meno immediato ma più sottile. Non tanto uno scoppio improvviso, quanto il rischio di una sovracostruzione. Capacità che cresce più velocemente della domanda reale, data center che restano parzialmente vuoti, ritorni che tardano ad arrivare. Una dinamica già vista in passato, quando l’infrastruttura venne realizzata prima che il mercato fosse pronto ad assorbirla.

La differenza, però, è cruciale. A differenza delle app e dei modelli, l’infrastruttura tende a mantenere valore nel tempo. Anche quando l’euforia si raffredda, ciò che è stato costruito non scompare. Può attraversare fasi di sottoutilizzo e di ridimensionamento delle aspettative, ma resta lì, in attesa che l’adozione reale raggiunga le promesse iniziali.

Tutto questo significa che non siamo obbligati a rivivere il 2000, però possiamo riconoscere certe somiglianze. Investimenti che accelerano, narrativa dominante, consenso quasi totale. E quando il mercato smette di farsi domande, di solito è lì che iniziano i problemi.

L’intelligenza artificiale non è un’illusione. È una tecnologia reale, destinata a cambiare interi settori. Ma come spesso accade nei grandi cicli, non tutti quelli che oggi cavalcano l’onda arriveranno fino in fondo. Alcuni scopriranno troppo tardi che stavano surfando più sull’entusiasmo che sui fondamentali.

La vera questione, allora, non è se l’AI funzionerà. È chi, dentro questa corsa globale, sta costruendo qualcosa che continuerà a creare valore anche quando l’euforia si raffredderà. Perché nei mercati l’innovazione sopravvive quasi sempre. Le valutazioni, molto meno.

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