Le aziende attribuiscono all’AI licenziamenti che avrebbero comunque fatto. È l’accusa di Sam Altman, CEO di OpenAI (ChatGPT), sul fenomeno sempre più diffuso dell’AI washing. Ecco di cosa si tratta.
Con la diffusione capillare dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali e nell’organizzazione del lavoro, nel dibattito pubblico si è affermata con sempre maggiore insistenza l’espressione AI washing, un termine che indica la tendenza di aziende e startup a presentare come “intelligenti” prodotti e servizi che, in realtà, lo sono solo in parte o non lo sono affatto.
Allo stesso tempo, questa definizione viene anche utilizzata per descrivere la tendenza - sempre più frequente - di alcune imprese ad attribuire all’intelligenza artificiale decisioni come licenziamenti e riduzioni di personale che, in realtà, sarebbero state adottate comunque per ragioni economiche o strategiche.
A parlarne è stato Sam Altman, CEO di OpenAI, intervenendo al summit India AI Impact. “Non so quale sia la percentuale esatta, ma c’è un po’ di AI washing: alcune aziende danno la colpa all’IA per licenziamenti che avrebbero comunque fatto. E poi c’è anche un reale spostamento di posti di lavoro causato dall’IA, di diverso tipo”, ha dichiarato.
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Le previsioni dei leader tecnologici
Non mancano però previsioni ancora più radicali. Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha parlato della possibilità che l’AI provochi un vero e proprio “bagno di sangue” tra i lavoratori d’ufficio, ipotizzando che fino al 50% di questi possa essere eliminato.
Anche Sebastian Siemiatkowski, CEO di Klarna, ha indicato che la società potrebbe ridurre di un terzo il proprio organico - composto da circa 3.000 dipendenti - entro il 2030, anche in relazione all’accelerazione dell’intelligenza artificiale. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, circa il 40% dei datori di lavoro prevede di ridurre il personale in futuro come conseguenza dell’adozione dell’AI.
Altman, nello stesso intervento, ha precisato di aspettarsi un aumento dello spostamento occupazionale legato all’intelligenza artificiale, ma anche la nascita di nuove figure professionali complementari alla tecnologia: “Troveremo nuovi tipi di lavoro, come accade con ogni rivoluzione tecnologica, ma mi aspetto che nei prossimi anni l’impatto reale dell’AI nello svolgere determinate mansioni comincerà a farsi sentire in modo tangibile”.
Nessun impatto diretto (per adesso)
Uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research questo mese ha coinvolto migliaia di top manager negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania e in Australia. Quasi il 90% degli intervistati ha affermato che l’intelligenza artificiale non ha avuto alcun impatto sull’occupazione nelle proprie aziende negli ultimi tre anni, cioè nel periodo successivo al lancio di ChatGPT alla fine del 2022.
Anche un rapporto recente dello Yale Budget Lab, basato sui dati della Current Population Survey del Bureau of Labor Statistics, non ha rilevato differenze significative né nella composizione delle professioni né nella durata della disoccupazione per i lavoratori impiegati in ruoli ad alta esposizione all’AI. I numeri non mostrano, allo stato attuale, cambiamenti sostanziali attribuibili all’intelligenza artificiale. “Comunque si guardino i dati, in questo momento non sembra esserci un impatto macroeconomico importante”, ha dichiarato Martha Gimbel, direttrice esecutiva e cofondatrice dello Yale Budget Lab.
Gimbel ha collegato la pratica dell’AI washing a un contesto in cui alcune aziende attribuiscono all’intelligenza artificiale la riduzione dei margini o dei ricavi, legati anche a consumi più cauti e tensioni geopolitiche. Molti fondatori di aziende tecnologiche sono spesso sottoposti a pressioni crescenti per giustificare investimenti elevati e continuativi nell’intelligenza artificiale, elemento che contribuirebbe alla diffusione di narrazioni incentrate su un forte impatto dell’AI su lavoro ed economia.
I segnali sulla produttività e sull’occupazione
Altri economisti indicano possibili segnali anche nei dati più recenti. Erik Brynjolfsson, direttore del Digital Economy Lab della Stanford University, ha scritto in un editoriale sul Financial Times che i dati sul lavoro negli Stati Uniti potrebbero riflettere un cambiamento in corso. L’ultimo rapporto ha rivisto al ribasso la crescita dell’occupazione a 181.000 unità, mentre il PIL del quarto trimestre è stato stimato in aumento del 3,7%.
Brynjolfsson ha inoltre segnalato un incremento della produttività del 2,7% su base annua, attribuendolo ai benefici dell’intelligenza artificiale. In uno studio pubblicato lo scorso anno, lo stesso economista aveva rilevato un calo relativo del 13% dell’occupazione tra i lavoratori all’inizio della carriera in ruoli ad alta esposizione all’AI, mentre per i lavoratori più esperti i livelli occupazionali risultavano stabili o in crescita.
“I dati aggiornati del 2025 negli Stati Uniti suggeriscono che stiamo passando dalla fase degli investimenti a quella del raccolto”, ha scritto Brynjolfsson, “in cui gli sforzi precedenti iniziano a tradursi in risultati misurabili”.
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