Un’azienda italiana ha comunicato improvvisamente la riduzione dello smart working e il ridimensionamento di buoni pasto e rimborsi spese per oltre 5.000 dipendenti. Proclamato lo stato di agitazione.
È stata una vera e propria doccia fredda quella ricevuta dai dipendenti di Lutech, uno dei gruppi più grandi nel panorama italiano dei servizi informatici, a cui è stata comunicata la riduzione dello smart working, il taglio dei buoni pasto e la revisione dei rimborsi trasferta. Nessuna trattativa, nessun preavviso utile ai sindacati. Solo una comunicazione interna che di fatto cancellava quanto pattuito negli accordi aziendali esistenti.
Il gruppo conta circa 5000 dipendenti distribuiti tra la sede principale di Cinisello Balsamo, nell’hinterland milanese, e gli uffici di Roma, Napoli e Bari. Dal 2021 il controllo della società è nelle mani di Apax Partners, fondo di private equity con sede a Londra. La situazione economica dell’azienda non desta preoccupazioni particolari: il portafoglio clienti regge e i bilanci sono in ordine. Eppure, dall’azionista di riferimento è arrivata la spinta a intervenire sui costi, scegliendo di tagliare maggiormente su benefit e modalità di lavoro.
Addio a smart working, buoni pasto e rimborsi
La decisione più drastica riguarda il lavoro da remoto. Per una parte consistente dell’organico, in particolare per chi ricopre ruoli di coordinamento senza essere stabilmente assegnato a un progetto o alla sede di un cliente, Lutech ha stabilito il ritorno in presenza a tempo pieno. Per gli altri dipendenti, invece, lo smart working non scompare del tutto, ma viene ridotto rispetto a quanto gli accordi precedenti garantivano.
Sul fronte economico, i buoni pasto vengono ridimensionati: 4 euro al giorno per chi lavora da casa, 10 per chi timbra in ufficio. Anche il sistema di rimborso per chi viaggia per lavoro cambia: vengono tagliati i contributi per i pasti durante le trasferte e rimodulate le indennità per gli spostamenti all’estero. Tutto questo, ripetono i sindacati, senza che i lavoratori o le loro rappresentanze siano state coinvolte in alcuna fase del processo decisionale.
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Lo sciopero in un settore che di solito non sciopera
Il settore IT non è, tradizionalmente, un terreno fertile per la mobilitazione sindacale. Per questo la risposta dei lavoratori Lutech ha avuto un peso specifico superiore a quello che i numeri da soli potrebbero suggerire. Giovedì 12 marzo, dopo le assemblee convocate nelle sedi del gruppo, in centinaia hanno incrociato le braccia.
A proclamare lo stato di agitazione sono stati tutti e sei i sindacati presenti in azienda, Fim, Fiom, Uilm sul versante metalmeccanico, Fisascat, Filcams e Uiltucs su quello del commercio, riflettendo i due contratti collettivi applicati da Lutech. La Fiom-Cgil, sul proprio sito, ha inquadrato la vicenda con parole dirette: “È inaccettabile. Non si cancellano diritti con decisioni calate dall’alto. Non si peggiorano le condizioni di lavoro senza confronto. L’azienda è fatta da chi lavora”.
Valentina Orazzini, che coordina la Fiom nazionale sul dossier Lutech, ha puntato il dito anche sulla contraddizione di fondo: “Non si decide in maniera unilaterale come si rimodella lo smartworking. Parliamo di un gruppo che ’vende’ innovazione, inizi a evolversi davvero. I diritti sindacali in Italia esistono ancora, anche per chi ragiona con le logiche di un fondo”.
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