Mercati un anno dopo il crollo causa Covid: quali prospettive?

Pierandrea Ferrari

8 Marzo 2021 - 12:42

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Lo scorso marzo i mercati finanziari precipitavano sotto i colpi della pandemia, ma le politiche accomodanti della Fed hanno finito per ridare forza ai titoli. E ora, un anno dopo, nuovi rischi si stagliano all’orizzonte.

Mercati un anno dopo il crollo causa Covid: quali prospettive?

È passato quasi un anno dal sell-off che fece precipitare Wall Street: lo scorso marzo, infatti, le evoluzioni sul fronte pandemico portarono gli investitori a smarcarsi dall’azionario statunitense, con l’indice S&P500 – benchmark della piazza finanziaria USA – che chiuse di colpo una storica bull run, arrivando a toccare i minimi a 2.237 punti.

Poi, come noto, il soccorso della Federal Reserve - tra politiche dovish sui tassi d’interesse e Qe miliardari – ha favorito il rimbalzo dei mercati, al punto da generare una euforia persino inopportuna, mentre i fondamentali economici degli Stati Uniti si disgregavano. E ora, esattamente dodici mesi dopo, Wall Street continua a capitalizzare il sostegno della banca centrale, con i maggiori indici ancora ai massimi storici, dal già citato S&P 500 al Dow Jones e al Nasdaq.

Da alcune settimane, però, un certo nervosismo sta scuotendo la piazza. L’irrigidimento della curva dei rendimenti dei Treasury rileva infatti i crescenti timori degli investitori su una prossima fiammata dell’inflazione, quest’ultima favorita dalla liquidità iniettata da Washington nell’economia USA, e persino la tanto caldeggiata ripresa potrebbe finire per impattare negativamente sull’azionario.

Un anno dopo il crollo, quali prospettive per Wall Street?

Lockdown, restrizioni, corse al vaccino. Questo il consuntivo di un anno vissuto pericolosamente, con le principali economie mondiali costrette a mettere un pezza lì dove si può, tra sistemi sanitari al collasso e perdite vertiginose nei volumi del Pil.

E in questa spirale erano state inghiottite anche le piazze finanziarie statunitensi, con l’indice S&P 500, il Dow Jones e il Nasdaq a picco, dopo mesi di irrefrenabile rally: a segnare il destino di Wall Street prima lo stop agli spostamenti tra Stati Uniti ed Unione europea firmato dall’allora presidente Donald Trump, e poi la sentenza dell’OMS sulla natura della crisi, da epidemia locale a pandemia.

Ci sono voluti gli stimoli (monstre) del Congresso, ora a quota 3.000 miliardi di dollari, e il sostegno della Fed, con tassi d’interesse ai minimi e acquisti dei bond sovrani senza precedenti, per ridare smalto all’azionario, e riarmare la mano degli investitori.

E forse, anche troppo: la liquidità pompata dal Governo USA nell’economia nazionale, una sorta di defibrillatore su un sistema martoriato da restrizioni e lockdown, e le politiche dovish della Fed hanno finito per generare infatti una euforia incontrollata, con il disaccoppiamento tra i mercati e l’economia reale che ha ancora il vago retrogusto di bolla speculativa.

Ma ora, ironia della sorte, nubi grigie iniziano a convergere sopra il cielo di Wall Street, proprio quando le principali banche internazionali tornano a scommettere sul più marcato rimbalzo dell’economia nazionale dal 1984. Perché?

Se la ripresa dell’economia continua ad essere uno scenario auspicabile per i mercati, un boom post-pandemia potrebbe finire per sottrarre all’azionario uno dei punti di forza dell’ultimo anno, gli (altissimi) ritorni, e favorire un cambiamento dei rapporti di forza sulla piazza finanziaria, nel quadro della tanto chiacchierata equity rotation.

I mercati temono la crescita dell’inflazione

Ma non solo: nelle ultime settimane il nervosismo dei mercati sta frenando il passo dei maggiori indici, come già era successo prima del crollo dello scorso marzo, quando gli investitori iniziarono ad anticipare l’effetto pandemia sull’azionario.

Oggi, nel mirino, non c’è più la crisi sanitaria, ma quella inflazione che potrebbe essere favorita dalla liquidità iniettata dall’amministrazione Trump e, ora, dal nuovo corso Biden, che già ha ottenuto il doppio semaforo verde alla Camera e al Senato per il nuovo pacchetto di stimoli da 1.900 miliardi di dollari. E il rialzo dei rendimenti dei Treasury, a ben vedere, è una controprova dei pensieri che agitano Wall Street.

Una fiammata inflativa potrebbe infatti mettere la Fed con le spalle la muro, costringendo la banca centrale ad aumentare i tassi d’interesse e a chiudere prima del tempo il programma di acquisto dei bond sovrani: Gerome Powell, tuttavia, continua a ribadire di non essere pronto ad alzare il piede dal pedale degli stimoli, e che l’inflazione sarà tollerata anche sopra il target del 2% se accompagnata da una crescita sostanziosa dell’economia. Ma i mercati, per ora, non si fidano.

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