USA contro Cina: l’ultimo atto della guerra è il ban sull’import cinese

Violetta Silvestri

24 Dicembre 2021 - 12:08

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Il 2021 finisce all’insegna della tensione USA-Cina: Biden ha firmato l’ultimo atto di una guerra tra le due potenze, riguardante l’import dall’area cinese Xinjiang, ora vietato negli Stati Uniti.

USA contro Cina: l'ultimo atto della guerra è il ban sull'import cinese

USA-Cina: ennesimo atto ostile di Washington contro Pechino, in quella che è ormai una guerra aperta tra le due potenze.

Il presidente Joe Biden ha firmato un disegno di legge che mira a reprimere le violazioni dei diritti umani nella regione cinese dello Xinjiang.

La legislazione vieta le importazioni dall’area e impone sanzioni ai responsabili del lavoro forzato. La misura segna l’ultimo sforzo di Washington per frenare il duro trattamento della minoranza musulmana uigura in Cina.

La risposta di Pechino non si è fatta attendere: “forte indignazione e opposizione risoluta” sono state espresse dal ministero degli Esteri cinese.

La mossa USA contro l’import cinese

Si chiama Uyghur Forced Labour Prevention Act l’ultima legislazione approvata negli USA in strategia anti-Cina.

Il provvedimento fa parte della reazione degli Stati Uniti al trattamento riservato da Pechino alla minoranza musulmana uigura della Cina, che Washington ha etichettato come genocidio. Definizione, ovviamente, respinta dal dragone.

La chiave della legislazione è una “presunzione confutabile” che tutte le merci provenienti dallo Xinjiang, dove Pechino ha istituito campi di detenzione per uiguri e altri gruppi musulmani, siano prodotte con il lavoro forzato.

Per questo, le importazioni da tale regione sono bandite, a meno che non si possa provare che gli articoli prodotti siano regolari in termini di rispetto dei diritti umani e dei lavoratori.

Alcuni beni, come cotone, pomodori e silicio policristallino utilizzato nella produzione di pannelli solari, rientrano in questa nuova misura.

USA contro Cina: il caso Intel

Proprio in riferimento alla posizione intransigente degli USA contro gli abusi in Xinjiang, pochi giorni fa è scoppiato il caso Intel.

Il produttore di chip statunitense ha inviato una lettera ai “suoi fornitori affermando che era stato richiesto di assicurarsi che la sua catena di approvvigionamento non utilizzasse manodopera o approvvigionasse beni o servizi dalla regione dello Xinjiang.”

La lettera ha suscitato critiche in Cina da parte dello Stato e dei social media, con appelli al boicottaggio.

Intel ha quindi reagito con una lettera di scuse. In una dichiarazione in lingua cinese sui suoi account ufficiali WeChat e Weibo, l’azienda ha affermato che il suo impegno a evitare le catene di approvvigionamento dallo Xinjiang era un’espressione di conformità alla legge statunitense, piuttosto che una dichiarazione della sua posizione sulla questione.

Altre grandi multinazionali sono state messe sotto pressione per i loro obiettivi di rispettare le sanzioni relative allo Xinjiang pur continuando a operare in Cina, un enorme mercato e base di approvvigionamento.

A luglio, il rivenditore di moda svedese H&M ha registrato un calo del 23% nelle vendite in valuta locale in Cina per il trimestre marzo-maggio dopo aver espresso preoccupazione per i diritti umani nello Xinjiang.

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