Nonostante le sanzioni annunciate nei giorni scorsi dall’amministrazione Trump, che impongono divieti di ingresso negli USA a cinque figure europee accusate di promuovere «censura extraterritoriale» contro voci americane, l’Unione Europea non è nella posizione di per impartire lezioni di libertà di espressione agli Stati Uniti.
Al centro delle misure americane c’è infatti l’ex commissario europeo Thierry Breton, definito dal Dipartimento di Stato il «principale architetto» del Digital Services Act (DSA), la normativa UE che impone alle piattaforme digitali di rimuovere contenuti illegali, inclusi odio e disinformazione, con multe pesanti per i colossi tech americani come X di Elon Musk.
Insieme a lui, sono stati sanzionati Imran Ahmed (CEO del Center for Countering Digital Hate), Clare Melford (Global Disinformation Index), Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon (HateAid): tutti accusati di aver censurato opinioni scomode nei confronti di Bruxelles.
Perché Breton non è un martire
Come ha osservato Pavel Durov, fondatore di Telegram, in merito alle sanzioni imposte a Breton:
«L’architetto sanzionato della legge sulla censura dell’UE è un alleato stretto e un nominato di Macron. Di fronte a indici di approvazione estremamente bassi, Macron sta cercando di silenziare i critici online trasformando l’intera UE in un gulag digitale — attraverso la censura (DSA) e la sorveglianza di massa (Chat Control)».
Durov ha ragione. Motivo? Come abbiamo raccontato su Money.it, nell’agosto, in piena campagna elettorale americana, l’allora commissario europeo per il Mercato interno Breton, fedelissimo di Macrob, inviò una lettera aperta ad Elon Musk, pubblicata su X, in cui avvertiva che l’intervista live con Donald Trump - al tempo candidato alle elezioni presidenziali - avrebbe potuto violare il Digital Services Act (DSA), la normativa UE contro la diffusione di contenuti illegali o dannosi online. Breton sottolineava l’obbligo di bilanciare libertà di espressione e prevenzione di «amplificazione di contenuti harmful», come odio, disinformazione o incitamento alla violenza, accessibili anche agli utenti UE.
Breton lasciato solo dalla stessa Commissione Europea
La controversa mossa - senza precedenti - di Breton provocò reazioni durissime e la campagna di Trump accusò l’UE di interferenza elettorale e di minacciare la libertà di parola. Fu talmente uno scivolone che la stessa Commissione Europea si dissociò rapidamente: portavoce dichiararono che il timing e il contenuto della lettera di Breton non erano coordinati con la presidente Ursula von der Leyen né con il Collegio dei commissari. Funzionari anonimi definirono l’azione di Breton come un’iniziativa personale, non rappresentativa dell’UE, che «non interferisce nelle elezioni altrui». Il commissario francese rimase isolato, rendendo improbabile un’azione UE aggressiva contro X, soprattutto con le elezioni Usa imminenti.
Il fatto che oggi la Commissione europea, che al tempo scaricò bellamente Breton al suo destino, oggi si erga paladina della libertà di parola e di espressione è un insulto alla verità sostanziale dei fatti. La verità è che tutti sanno che Breton commise un gravissimo errore, interferendo nella campagna presidenziale Usa, e oggi ne paga le conseguenze. Altrimenti perché l’ex commissario non è stato riconfermato nel suo ruolo?