All’inizio sembra una delle tante analisi strategiche da talk show. Poi, minuto dopo minuto, la conversazione tra Tucker Carlson e il colonnello Douglas MacGregor si trasforma in qualcosa di molto più cupo.
Ex consigliere del Pentagono, veterano con truppe al comando in battaglia, MacGregor non è un pacifista né un ingenuo. È un tecnico che ha passato una vita a studiare la guerra. E ciò che descrive, a pochi giorni dai bombardamenti su Teheran, è lo scenario di un disastro annunciato.
L’intervista, destinata a fare discutere, parte da un punto fermo: l’amministrazione Trump si è infilata in un vicolo cieco. La richiesta pubblica di «resa incondizionata» all’Iran, ripetuta più volte, è per MacGregor un errore madornale. «Sarà molto difficile per il presidente ritirarsi da alcune delle dichiarazioni più azzardate che ha fatto», dice a un certo punto. Per poi perseguire così: «Dal punto di vista dell’Iran, [Trump] sta chiedendo la resa incondizionata a Israele e alle richieste di Israele. Non so come possa uscire da quella trappola».
La trappola, appunto. Perché il cuore del problema, secondo McGregor, non è Washington ma Gerusalemme. L’analista militare, che pure dice di stimare personalmente Donald Trump, è tranchant sul rapporto tra i due alleati: «I deliri del signor Netanyahu sulla Grande Israele sono ora diventati la realtà del presidente Trump». E ancora: «Penso che sia stato completamente assorbito, assimilato dalla mentalità israeliana secondo cui questo stato, queste persone devono essere distrutte o piegate alla volontà di Israele».
Ma cosa significa esattamente «piegare alla volontà di Israele»? MacGregor non ha dubbi e disegna una mappa che va ben oltre i confini iraniani. «Israele si vede in una posizione in cui o ci espandiamo o alla fine moriamo» spiega. «Quindi dobbiamo annullare le persone che sono vicine a noi... ed espanderci. Questo significa marciare in Libano. Significa marciare nel Sinai e in Egitto. Significa andare a sud in Giordania e Arabia Saudita». Una rilettura in chiave contemporanea del sogno revanscista del «Grande Israele», che per realizzarsi ha bisogno di un unico strumento: «L’enorme potere e influenza degli Stati Uniti».
Ed è qui che la situazione diventa esplosiva. Perché se la strategia è solo «bombardarvi fino alla resa», senza un obiettivo politico chiaro, la guerra diventa un vortice. MacGregor lo spiega con la competenza di chi ha progettato operazioni militari: «Una guerra senza strategia tende a essere una guerra senza fine». E il meccanismo che porta a escalation e orrori è purtroppo noto. Racconta di quando, in passato, la pressione per trovare bersagli portò a colpire obiettivi civili: «’Dateci più bersagli, dove sono i bersagli?’ ... Non riuscivamo a trovare molti bersagli militari validi. Ed è allora che si comincia a dire: ’Colpiamo questa fabbrica di Volkswagen Golf. Perché? Potrebbe avere un uso militare’».
Questa dinamica perversa, unita all’uso crescente dell’intelligenza artificiale, fa da sfondo a uno dei passaggi più inquietanti dell’intervista: la distruzione di un parco pubblico a Teheran, «Police Park». Tucker Carlson ipotizza che possano essere stati i sistemi autonomi a decidere. MacGregor non conferma, ma descrive la «mentalità» che porta a certi errori: «Se diventa chiaro che siamo stati noi, non dovremmo mentire. L’impulso di tutti ai vertici è di mentire. E se lo fai, distruggi la tua credibilità».
Ma il punto più alto (e preoccupante) del colloquio arriva quando si parla di armi nucleari. Carlson chiede se sia possibile che vengano usate. La risposta di MacGregor è un pugno nello stomaco: «Se un’arma nucleare viene usata, sarà da Netanyahu e dal suo governo, non da noi». Una frase che rovescia tutte le narrazioni ufficiali sulla responsabilità ultima dell’arsenale atomico in Medio Oriente. Perché, spiega l’analista, più Israele diventa disperato – se l’Iran non si sottomette – più quell’opzione diventa percorribile. E chi può fermarlo? La domanda, implicita, gelida, è: il presidente americano ha davvero il controllo sul suo alleato?
MacGregor, che pure conosce e apprezza Trump, lascia intendere di no. E anzi, denuncia un sistema di potere che va oltre i singoli inquilini della Casa Bianca. Parla senza giri di parole di «miliardari sionisti che hanno speso enormi quantità di denaro per molti anni per raggiungere la condizione che esiste oggi. Controllano il sistema finanziario nel nostro paese. Hanno un enorme impatto a livello globale». Un meccanismo che rende di fatto ininfluente chi siede nello Studio Ovale: «Che differenza c’è tra Tony Blinken e Marco Rubio? Non ce n’è».
E se qualcuno, nei ranghi militari o nel governo, volesse opporsi? MacGregor spiega perché nessuno lo fa: «Se un generale si dimettesse per protesta, perderebbe la pensione e i benefici. Nessuno lo assumerebbe mai più nell’establishment della difesa». Un sistema che, di fatto, rende impossibile il dissenso.
Allora, come se ne esce? L’ex consigliere del Pentagono ha una proposta, controcorrente: chiamare l’India. «La mia preferenza personale è chiamare il Primo Ministro Modi. Ha buone relazioni con Israele, non è mai stato nemico del popolo iraniano. È uno stato neutrale che sta crescendo in influenza». Ma il tempo stringe. Perché le conseguenze economiche, avverte, saranno catastrofiche: «Se non la fermiamo, arriveremo a 300 dollari al barile. Il 60-80% del valore delle azioni crollerà. Sarà un disastro».
L’ultima immagine che MacGregor lascia è quella del presidente americano come un allievo al corso per Ranger, perso nel buio, senza sapere dove si trova. «È più o meno dove sta andando a finire Donald Trump. Cosa farà allora? ». La domanda resta in sospeso. E la risposta, forse, fa paura anche a chi l’ha posta.