Puglisi: “I No Euro tornino a studiare economia politica”

Il professor Riccardo Puglisi partecipa al dibattito sull’Euro nella nuova puntata di Testa o Croce, e invita chi sostiene l’uscita dalla moneta unica a studiare.

“Molti esponenti No Euro vivono nel pensiero magico e dovrebbero tornare sui libri del primo anno di economia politica”. Il professor Riccardo Puglisi, docente all’Università di Pavia, ridimensiona in questa nuova puntata di “Testa o Croce” alcuni argomenti utilizzati per giustificare un’eventuale uscita dall’Euro a cominciare da alcuni atavici problemi italiani.

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L’Euro come capro espiatorio

Una posizione contraria all’Euro è totalmente legittima e riguarda le scelte strutturali, di medio-lungo termine. Molto diverso è ragionare sull’entrare o meno nell’Eurozona prima di farlo, rispetto al dibattito di oggi su una eventuale uscita in corsa. Ci sarebbero dei costi rilevanti nel momento in cui si decidesse di uscire: una cosa è uscire da un aereo prima del decollo, una cosa ben diversa è cercare di scendere durante il volo.

L’adesione all’Ue prevede vantaggi e svantaggi, bisogna essere onesti nell’elencarli, ricordando sempre che alcuni benefici o costi non dipendono dalla moneta ma da quanto il Paese è stato ed è in grado di fare, soprattutto nei periodi di “vacche grasse”. Sicuramente esiste un utilizzo dell’argomento Euro come capro espiatorio, assegnandogli la responsabilità di effetti negativi che ci sarebbero comunque stati.

Sicuramente nel breve termine l’adesione dell’Ue ha impedito di proseguire nelle svalutazioni competitive, ossia quei meccanismi in cui si lascia svalutare la propria moneta sovrana rispetto alle altre, per aumentare la convenienza sul prezzo dei nostri beni. In questo modo si rende più competitivo il nostro sistema produttivo. Solo che gli altri Paesi inizierebbero a fare altrettanto. E comunque, dopo un certo periodo di svalutazione, i beni prodotti fuori diventano più costosi e, in presenza di meccanismi di indicizzazione dei salari, si inizia ad importare inflazione: il tasso di cambio reale tornerà quindi al livello precedente, rispetto al positivo andamento iniziale.

Scarsa produttività e scomparsa dei colossi industriali

Il problema principale italiano è stato l’andamento pietoso della produttività negli ultimi 20 anni, non siamo riusciti a migliorare i nostri processi produttivi. Il declino italiano ha radici profonde, è un tema strutturale. Fino alla metà degli anni’70 l’economia italiana aveva avuto una performance straordinaria, il famoso boom non ha avuto eguali, con l’unica eccezione probabilmente del Giappone.
Negli anni seguenti, quel modello di sviluppo non ha più avuto molto successo, si è utilizzata la spesa pubblica per gestire conflitti sociali, per cercare di fare in modo che le richieste reciproche non combinabili di imprese e lavoratori venissero fatte combaciare con interventi di spesa finanziata in deficit. Il sistema produttivo italiano non è stato abbastanza veloce a spostarsi massicciamente nei settori ad alta tecnologia, si è persa anche la sfida delle dimensioni con l’addio a colossi industriali, soprattutto in settori cruciali, in grado di ptoer sfruttare le economie di scala e andare avanti nel processo di innovazione. Questo è mancato all’Italia rispetto agli altri Paesi sviluppati.

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Con un click si può creare la moneta ma non il Pil

Bisogna distinguere tra quello che prevede lo statuto della Bce rispetto ai più ampi obiettivi di crescita e sostenibilità inseriti nei principi fondanti dell’Ue. Lo statuto della Bce, a causa dell’iniziale forte spinta della Germania, si era concentrato sulla stabilità dei prezzi. Con il mandato di Draghi, la stabilità dell’Eurozona è stata interpreta con il mantenimento di un buono stato di salute generale evitando lo sfaldamento della moneta unica. A qualunque costo, la Banca Centrale Europea interviene per minimizzare spinte centrifughe e distruttive. L’offerta di moneta non è d’altronde la panacea di tutti i mali dell’economia.

È vero che la moneta viene creata con un click dalla Bce e quindi in teoria l’offerta è si può espandere all’infinito, ma dall’altra parte con lo stesso meccanismo non si può creare Pil reale, cioè produrre beni e servizi.

I No Euro che sostengono questo dovrebbero essere rimandati a studiare sui libri del primo anno di economia politica. C’è infatti una vera e propria ossessione sull’offerta di moneta, ma avendo carenza di studi pregressi non si ragiona sull’altro lato del mercato, ossia sulla domanda di moneta. In periodi di incertezza come questo si tende a tesoreggiare, c’è poco eccesso di offerta di moneta perché una grande parte di essa viene trattenuta e non fatta girare.

Sono le stesse banche a seguire questa tendenza non mettendo in atto il moltiplicatore dei depositi, anche quando la Bce immette base monetaria. Se le banche sono restie a prestare, il moltiplicatore di depositi rimane schiacciato. Quindi, da una parte la base monetaria controllata dalla Bce vede una vera e propria esplosione, ma dall’altra i depositi mostrano una scarsa crescita: subentra un meccanismo cautelativo di fronte all’incertezza in cui questo potenziale di crescita di moneta non si esplica per intero. L’inflazione non parte proprio perché la moneta viene tesoreggiata.

Offerta di moneta e inflazione

Il meccanismo invocato dai No Euro è il finanziamento monetario del deficit: lo Stato spende molto di più di quanto incassa e invece di farsi prestare i soldi dai mercati, viene emessa moneta come avveniva prima del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. In questa ottica è la Banca Centrale a comprare tutti i titoli non acquistati dal mercato.

Ci si dimentica di dire però che il divorzio avvenne per contrastare l’inflazione: quanta moneta c’era in circolazione, infatti, non lo decideva la Banca D’Italia ma il Tesoro, e in questa situazione si alimentavano tassi sostenuti d’inflazione.
Immaginiamo che la Bce stampi moneta e assegni ad ogni cittadino 100 milioni di euro per acquistare uno yacht. Può però capitare che le condizioni non siano in grado di produrre tutti questi yacht perché questo fattore non dipende dall’offerta monetaria aggiuntiva. In un simile e prevedibile scenario l’unico effetto sarebbe quello di arrivare ad una iperinflazione dovuta ad un’espansione folle dell’offerta di moneta ed in grado di uccidere l’economia.

Il Pil non è la moneta, è il valore dei beni prodotti e scambiati da parte dei consumatori e delle imprese. Il problema strutturale italiano dal 2008 a questa parte non è dunque rappresentato dalla scarsità di moneta, ma dalla mancanza di investimenti.

Il pensiero magico dei No Euro

Il problema dell’Euro è stata l’assenza contemporanea di un bilancio federale che facesse da stabilizzatore, in grado di fornire risorse aggiuntive per quelle aree che si trovano colpite da shock asimmetrici. I problemi che esistevano prima dell’Euro sarebbero comunque rimasti anche in sua assenza, con la creazione di deficit in mancanza di una parallela crescita dell’economia. Ci siamo fatti prestare i soldi dal Fondo Monetario Internazionale anche quando avevamo la nostra lira. Si vive spesso nel pensiero magico: penso che certe misure vadano bene perché mi piacerebbe andasse proprio così. Esistono economisti No Euro che sostengono l’inesistenza della scarsità delle risorse.

Ma l’economia è la scienza che studia le risorse limitate. Esse non sono dunque infinite, e possono aumentare solo se diventiamo più produttivi.

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