Il rapporto OCSE sull’Italia del 2026 è un documento di 154 pagine che segue il copione consueto delle istituzioni multilaterali.
Il capitolo centrale del rapporto ruota attorno al debito pubblico al 137% del PIL. L’OCSE chiede una manovra correttiva di 3,75 punti percentuali di PIL tra il 2027 e la metà degli anni 2030, portando l’avanzo primario al 2,5% del PIL. Si tratta di una correzione fiscale che storicamente solo pochissimi paesi hanno mai sostenuto per periodi prolungati, cosa che il rapporto riconosce en passant, citando studi sull’improbabilità di avanzi primari così elevati mantenuti a lungo. Eppure la raccomandazione rimane invariata.
Il quadro è quello del Patto di Stabilità europeo nella sua versione più rigida. Il Piano Strutturale di Medio Termine (MTFSP) approvato con Bruxelles diventa la cornice entro cui tutto deve stare. Non si discute se questa cornice sia adatta a un paese con stagnazione cronica, crollo demografico e infrastrutture logorate da anni di sotto-investimento. Si dà per scontato che il rispetto del percorso concordato con l’Unione Europea sia il fine, non il mezzo.
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Il rapporto dedica ampio spazio alle pensioni, indicate come la principale voce di spesa da tagliare. L’OCSE chiede di ridurre progressivamente il peso delle pensioni «legacy» del sistema retributivo ante-1995, di introdurre contributi solidaristici sugli assegni più alti, di limitare le pensioni di reversibilità ai percettori non in età lavorativa, e di agganciare rigidamente l’età pensionabile all’aspettativa di vita.
Il rapporto naturalmente trascura l’altra faccia della medaglia, ovvero il fatto che tagliare le pensioni in un paese dove i giovani guadagnano poco, i contratti a termine dominano e i salari sono tra i più bassi d’Europa significa impoverire famiglie intere, non solo pensionati.
Il rapporto registra il basso livello dei salari giovanili e l’alta incidenza dei contratti temporanei, ma non connette questo dato al ruolo compensatorio che le pensioni svolgono nei bilanci familiari.
Sull’età pensionabile, il rapporto presenta scenari che mostrano come bloccare il ritiro a 67 anni costerebbe 2-3 punti di PIL nel lungo periodo. La conclusione implicita è che bisogna alzarla ancora, seguendo l’aspettativa di vita. Questo in un paese dove i lavori usuranti sono diffusissimi e dove lavorare fino a 70 anni per un operaio edile o un bracciante è semplicemente irrealistico.
Il capitolo sul lavoro giovanile ha poi una direzione politica precisa. Il problema dell’alto tasso di NEET (giovani non occupati né in formazione) viene attribuito in parte alle protezioni eccessive del lavoro. La raccomandazione è alleggerire ulteriormente le tutele sul licenziamento per favorire le assunzioni. Si cita come modello la riforma spagnola del 2021, dimenticando che quella riforma ha ridotto i contratti a termine ma non ha affrontato la questione salariale.
L’Italia ha già smontato gran parte delle protezioni lavorative negli ultimi vent’anni. Dal Pacchetto Treu alla legge Fornero, al Jobs Act. Il risultato è stato un’esplosione di contratti precari, non un aumento dell’occupazione stabile. Il rapporto registra che il 67% dei giovani ha ancora contratti temporanei e fatica a stabilizzarsi, ma la soluzione proposta è... più flessibilità in uscita. Non si considera che i salari bassi e la precarietà siano un disincentivo strutturale, non una conseguenza delle tutele.
Il cuneo fiscale, cioè il costo del lavoro per le imprese dovuto a contributi previdenziali e tasse, viene indicato come uno dei principali ostacoli all’occupazione. La soluzione è ridurlo. Ma ridurlo significa o tagliare le prestazioni sociali che quei contributi finanziano, o trovare altre entrate. Il rapporto suggerisce di spostarsi verso tasse sulla proprietà e sull’eredità, e verso un gettito IVA più ampio. Quindi la ricetta OCSE è tassare meno le imprese, tassare di più i consumi e i patrimoni immobiliari di chi non rientra nelle fasce più ricche.
Non poteva mancare la produttività. Le ricette sono quelle standard del pensiero neoliberale, come abbassare le barriere all’ingresso nei mercati dei servizi, facilitare le fusioni tra piccole imprese, ridurre l’imposizione successoria sulle imprese familiari condizionandola all’apertura a gestori esterni, riformare il diritto fallimentare per accelerare le procedure di insolvenza.
Il capitolo sull’energia è quello apparentemente più tecnico ma anche qui la direzione è chiara ed è tutta politica. Accelerare le rinnovabili, elettrificare, ridurre la dipendenza dal gas importato è un programma politico, non tecnico.
Il rapporto celebra il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza come il più grande successo dell’Italia recente. Tre quarti dei 194 miliardi disponibili sono stati erogati, tre quarti delle 575 milestone raggiunte. Questo viene presentato come merito della governance italiana post-2020. Quello che non si dice è che il PNRR è essenzialmente denaro europeo condizionato all’implementazione di riforme strutturali decise altrove. L’Italia ha preso i fondi pagandoli con riforme che includono cambiamenti al diritto del lavoro, alla giustizia civile, agli appalti, all’istruzione, tutti ambiti dove la condizionalità europea ha dettato l’agenda. Il rapporto tratta questo come un modello virtuoso. È invece il meccanismo con cui l’Unione Europea acquista riforme interne agli stati membri usando il debito comune come moneta di scambio.
In sintesi, il rapporto OCSE 2026 sull’Italia è un documento coerente con la visione del mondo delle istituzioni multilaterali post-Washington Consensus. Il nemico è il deficit da tagliare, le pensioni da riformare, il mercato del lavoro da flessibilizzare, la regolazione da alleggerire, le piccole imprese da consolidare. Il tutto dentro una cornice fiscale imposta dall’Unione europea che lascia poco spazio di manovra a qualsiasi governo che voglia usare la leva pubblica per proteggere i redditi, sostenere l’occupazione o redistribuire la ricchezza.
Le ricette non sono nuove, vengono applicate in Italia da trent’anni, e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Anni e anni di cure Monti e di investimenti negativi hanno stroncato la crescita italiana, lasciando stagnazione, emigrazione di massa dei giovani qualificati, crollo demografico, disuguaglianze Nord-Sud invariate, salari tra i più bassi d’Europa, perdita del potere d’acquisto. È piuttosto incredibile, o forse no, il fatto che il rapporto registri tutti questi fallimenti, ma poi proponga le stesse soluzioni che li hanno prodotti.