Perché non c’è lavoro in Italia? Ecco 4 ragioni

Secondo i dati ISTAT nel mese di luglio il tasso di disoccupazione si è attestato a quota 12%, soglia analoga al mese precedente, ma in rialzo dell’1,3% negli ultimi 12 mesi. Il tasso di disoccupazione under 25 è stato addirittura pari al 39,5%, +0,4% rispetto al mese di giugno e +4,3% nel confronto tendenziale.

Perché la disoccupazione non si arresta? Perché non c’è lavoro in Italia? Perché esiste il paradosso per cui la generazione che ha studiato di più si trova a spasso?

E’ stata davvero la crisi a generare tutto? O è solo un pretesto per nascondere qualcosa che già non funzionava bene? Forse la risposta include entrambe le questioni. In questa cornice il decreto lavoro servirà?

In attesa di vedere i primi frutti, c’è da dire, forse ribadire, che è stato salutato con freddezza dagli esperti, in particolare da alcuni economisti che, come Tito Boeri, lo hanno qualificato come poco coraggioso, riferendosi in particolare agli incentivi, che

“sono temporanei. Quando si hanno poche risorse da distribuire è meglio che vengano concentrate in pochi provvedimenti di lunga durata, come poteva essere un sussidio permanente per le retribuzioni più basse. Altrimenti c’è il rischio che gli incentivi, distribuiti su troppi interventi e per periodi limitati, si esauriscano senza avere inciso sull’economia reale. Insomma, che siano soldi buttati via”.

Cosa manca in Italia?

Cosa serve al mercato del lavoro in Italia? Investimenti e semplificazioni. Le ragioni principali di questo stallo sono infatti soprattutto le seguenti:

  • troppa burocrazia;
  • pochi investimenti;
  • inefficienza dei centri per l’impiego;
  • troppa flessibilità.

La macchina burocratica italiana è notoriamente troppo lenta, addirittura nociva se aggiungiamo alla necessità di semplificare quella di arrestare una pratica troppo diffusa negli ultimi anni: continue riforme del lavoro. Come ha spiegato la Prof. Silvia Ciucciovino dell’Università degli Studi di Roma Tre si tratta di una prassi da abbandonare:

“almeno per due ragioni: in primo luogo perché l’instabilità e l’incertezza delle norme è un elemento di ulteriore disfunzionalità del mercato del lavoro e di scoraggiamento degli investitori stranieri a operare nel mercato italiano; in secondo luogo perché la crescita dell’occupazione dipende, non certo dalle norme, quanto da una seria politica di investimento sulla crescita economica del Paese”.

Il mercato del lavoro troppo rigido è stato annoverato dall’Economist nei 4 motivi della disoccupazione giovanile, anch’essa conseguenza di un sistema che non va. La rigidità non fa altro che immobilizzare le assunzioni, incatenandole a regole e pratiche da superare perchè origine di un’immensa confusione.

Pensiamo agli stage e ai tirocini. In molte altre realtà si tratta di misure per ravvivare il mercato del lavoro, ma la burocrazia italiana genera problemi anche in tal senso: tante realtà regionali, poca uniformità, poco coordinamento.

Arriviamo agli investimenti, l’altro punto debole, visto che senza di essi è difficile rilanciare la produttività in nome dell’innovazione e della crescita. L’Italia è agli ultimi posti nelle classifiche dei Paesi che si cimentano in politiche innovative, dietro di noi solo Paesi come Bulgaria, Polonia, Lettonia, Romania, Ungheria. Come andare avanti di questo passo?

Una riflessione obbligata è diretta ai centri per l’impiego che in Italia hanno un ruolo sempre più marginale a causa della loro stessa precarietà legata ai fondi e ai problemi di gestione. Qualcosa dovrebbe cambiare con l’attuazione della Garanzia Giovani, ma è difficile ipotizzare cambiamenti strutturali significativi in poco tempo.

E la flessibilità divenuta precarietà? Come spiega Paola Bozzao, professoressa di Diritto del lavoro e di Modelli di welfare a confronto presso la Facoltà di Scienze Politiche:

“La flessibilità costituisce una delle possibili risposte alla grave crisi finanziaria che sta investendo il nostro Paese. A tale situazione di recessione economica è principalmente riconducibile l’alto livello degli attuali tassi di disoccupazione, specie giovanile. La flessibilità, ritenuta necessaria per favorire i processi di riassetto organizzativo delle imprese, più che generare disoccupazione produce occupazione di scarsa qualità, ed espone il lavoratore ad esperienze occupazionali sempre più caratterizzate da frequenti fasi di interruzione/sospensione dell’attività lavorativa e, dunque, dall’alternanza tra periodi di lavoro e di non lavoro”.

I problemi nel sistema italiano ci sono e sono fortemente radicati, al di là della crisi. L’Italia necessita di un incisivo mutamento strutturale che per il momento non si intravede all’orizzonte, perché l’Agenda dell’Esecutivo sembra ricca solo di tanti palliativi che non rispondono alle priorità di tutti gli italiani: cambiare, crescere, ricominciare.

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