Migranti, confermata la stretta sui permessi di soggiorno: lo dice la Cassazione

Per il permesso di soggiorno per motivi umanitari non basta il dato dell’integrazione, ma serve l’effettiva compromissione dei diritti nel Paese d’origine. Questa la decisione della Cassazione insieme alla non retroattività del decreto Sicurezza di Salvini.

Migranti, confermata la stretta sui permessi di soggiorno: lo dice la Cassazione

Emergenza migranti, non basta l’integrazione sociale ed economica in Italia per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari; serve la comprovata violazione o compromissione dei diritti della persona nel Paese d’origine del richiedente. Questa la decisione della Corte di Cassazione, che ha accolto i motivi di ricorso presentati da Matteo Salvini.

La decisione è stata presa a Sezioni Unite, che si riunisce in occasione delle questione più importanti, e investe anche il tema spinoso della retroattività del decreto Sicurezza con il quale si è imposta una stretta all’ingresso dei migranti. I giudici supremi, se da una parte hanno accolto le doglianze dell’ex Ministro sui criteri concessione dei permessi umanitari, dall’altra hanno sancito la non retroattività del decreto Sicurezza ai casi precedenti al dicembre 2018. Vediamo i dettagli della decisione.

Migranti, confermata la stretta sui permessi di soggiorno per motivi umanitari: non basta l’integrazione

Dalla Corte di Cassazione arriva una pronuncia importante sull’emergenza migranti: il permesso di soggiorno per motivi umanitari non può essere concesso solamente sulla base dell’effettiva integrazione del migrante ma, al contrario, occorre verificare la violazione o compromissione dei diritti personali nel Paese d’origine del richiedente.

In altre parole, il permesso di soggiorno non potrà basarsi solamente sul dato che il richiedente sia economicamente, socialmente e culturalmente inserito in Italia, senza che ci sia stato a monte il serio rischio o la lesione dei diritti fondamentali della persona.

Spunto della pronuncia è stato il ricorso presentato dal Viminale - allora sotto la guida di Matteo Salvini - contro tre pronunce delle Corti d’Appello di Trieste e Firenze che erano favorevoli alla concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari in base al solo dato dell’integrazione sociale del richiedente. In quella occasione Salvini aveva contestato la mancanza dell’effettiva compromissione dei diritti nel Paese d’origine, posizione che la Corte di Cassazione a Sezione Unito ha confermato.

Migranti, il decreto Sicurezza non è retroattivo

Le Sezione Unite della Corte Suprema si sono espresse anche su un altro dei punti salienti della questione immigrazione: l’irretroattività del decreto Sicurezza voluto da Salvini, che ha imposto regole più severe per l’accoglienza dei migranti e la sicurezza urbana.

I giudici supremi hanno sciolto uno dei nodi principali dell’applicazione del decreto sancendo la non retroattività delle misure imposte alle domande di permesso di soggiorno presentate prima del 4 dicembre 2018, data in cui il testo è entrato in vigore.

Il chiarimento è stato necessario visto che in passato la stessa Corte si era espressa con pareri contrastanti; adesso la decisione a Sezioni Unite non lascia margini di dubbio: il decreto Sicurezza sulla stretta all’immigrazione non può essere applicato alle situazioni precedenti alla sua emanazione, a queste ipotesi si applicano i cosiddetti “casi speciali” previsti per chi è vittima di violenza domestica, sfruttamento lavorativo grave e condizioni di salute precarie.

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