L’immigrazione di massa? Nessuno la vuole ma è un problema di sempre più nazioni

Roberto Vivaldelli

06/12/2025

Donald Trump avverte l’Europa sui pericoli dell’immigrazione di massa: sempre più Paesi, Islanda compresa, stanno facendo i conti con la crisi migratoria.

L’immigrazione di massa? Nessuno la vuole ma è un problema di sempre più nazioni

Il presidente Usa Donald Trump, nel National Security Strategy, è stato brutale e perentorio: se l’Europa non invertirà la rotta sull’immigrazione di massa farà i conti con la «reale prospettiva di cancellazione della sua civiltà».

Non è un caso se, in Europa, nessuno voglia l’immigrazione di massa. Secondo tutti i sondaggi, infatti, nessun popolo occidentale vuole che i confini vengano lasciati liberi secondo la miope visione open borders.

Anzi: la maggioranza delle persone chiede sempre più limiti e controlli. Un ampio sondaggio YouGov, condotto tra il 5 e il 18 febbraio 2025 in sette Paesi dell’Europa occidentale (Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Danimarca), certifica questo: la stragrande maggioranza dei cittadini considera l’immigrazione degli ultimi dieci anni eccessiva e mal gestita, e più persone la ritengono dannosa per il proprio Paese.

Nessuno vuole l’immigrazione di massa

In tutti e sette i Paesi, la maggioranza assoluta degli intervistati ha definito il livello di immigrazione «eccessivo» o «molto eccessivo». I valori più alti si registrano in Germania (81%) e Spagna (80%), seguiti da Svezia (73%), Regno Unito e Italia (entrambi 71%), Francia (69%). Persino in Danimarca, Paese spesso citato come modello di controllo migratorio, il 55% ritiene che gli arrivi siano stati troppi.In nessuno dei sette Stati la risposta «giusto» o «troppo basso» raggiunge la maggioranza. Anzi, in tutti i Paesi l’opzione più scelta è stata «molto troppo alto»: 61% in Germania, 54% in Spagna, 50% nel Regno Unito. Quando si chiede se l’immigrazione abbia portato più benefici o più danni, il saldo è negativo ovunque tranne che in Danimarca.
Gli italiani sono i più critici: il 56% la considera «prevalentemente negativa», seguiti dai tedeschi (55%). In Francia e Svezia circa la metà degli intervistati la pensa allo stesso modo. Nel Regno Unito il giudizio è meno severo (42% negativa, 21% positiva, 30% «sia positiva che negativa»), ma resta comunque il secondo Paese con la valutazione meno negativa dopo la Danimarca.

Anche l’Islanda alle prese con la crisi migratoria

I numeri, dunque, parlano chiaro. Eppure sempre più Paesi devono fare i conti con l’annoso problema della crisi migratoria: tra questi anche l’Islanda. In un mondo sempre più interconnesso, la crisi migratoria non risparmia nemmeno le nazioni più isolate e omogenee come l’Islanda. Il piccolo Paese nordico sta infatti affrontando un’ondata di immigrazione di massa che sta facendo discutere. Secondo un recente articolo pubblicato su The American Conservative, infatti, ora anche l’Islanda sta vivendo lo stesso pattern che ha afflitto l’Europa continentale, con un aumento della criminalità legata ai migranti e cambiamenti sociali profondi.

L’ascesa della criminalità giovanile sta confondendo insegnanti, genitori e forze dell’ordine, per via dell’arrivo di bande criminali provenienti dai quartieri migranti dell’Europa continentale. Le autorità nazionali hanno avvertito del pericolo di estremismo islamico, e almeno un migrante legato all’ISIS è stato espulso quest’anno. Un caso particolarmente scioccante ha visto la Corte Suprema islandese condannare un migrante siriano, impiegato in una scuola elementare, per stupro e aggressioni sessuali ripetute su una studentessa di 14 anni. Inizialmente, un tribunale distrettuale aveva respinto le accuse più gravi citando «malintesi culturali», e l’uomo era stato persino presentato come un esempio di integrazione riuscita in un forum globale sui rifugiati nel 2019.

Episodi come questi stanno diventando sempre più frequenti. Nel 2024, tre migranti hanno interrotto una sessione del Parlamento islandese (Alþingi) durante un dibattito sull’asilo, con uno di loro che ha minacciato di lanciarsi dalla galleria superiore. Questo incidente simboleggia la fine dell’era della «fiducia islandese», dove chiunque poteva avvicinarsi liberamente all’edificio parlamentare. La premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir ha riconosciuto che «è naturale che emergano emozioni di fronte a cambiamenti sociali così rapidi», notando come la proporzione di immigrati sia cresciuta enormemente in pochi anni.

A Reykjavík, quartieri come Breiðholt – soprannominato «Baby Malmö» dall’allenatore di basket Brynjar Karl Sigurðsson – stanno cambiando volto, con una popolazione immigrata in rapida crescita. Un insegnante ha scatenato un dibattito nazionale affermando che il 90% dei suoi studenti era di origine straniera e nessuno capiva frasi basilari in islandese. Nel 2023, gli stranieri rappresentavano tra il 15% e il 20% degli studenti islandesi, con percentuali più alte in aree come Breiðholt e vicino all’aeroporto di Keflavík.

Anche nella piccola e progressista Islanda, dunque, si fanno i conti con le gravi ripercussioni dell’immigrazione che, come dice Trump, rischia di cancellare la civiltà europea. Il «razzismo» non c’entra nulla: l’immigrazione è un fenomeno strutturale che va governato.

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