Meglio avere dollari o euro oggi nel tuo portafoglio investimenti?

Tommaso Scarpellini

9 Dicembre 2025 - 10:07

Una valuta sotto pressione, l’altra inaspettatamente forte. Ma cosa succede quando le dinamiche monetarie, geopolitiche e reali smettono di andare nella stessa direzione?

Meglio avere dollari o euro oggi nel tuo portafoglio investimenti?

È una di quelle domande che sembrano semplici ma che diventano scivolose non appena provi a rispondere. Dopo il recente indebolimento del dollaro, soprattutto per chi investe in azioni USA, questo interrogativo diventa cruciale: la scelta valutaria può determinare parte consistente del rendimento futuro di un portafoglio.

E allora vale la pena chiederselo davvero: assisteremo a un’ulteriore avanzata dell’euro sui mercati valutari? Oppure il dollaro riprenderà a fare ciò che storicamente fa, cioè dominare nelle fasi di incertezza? Una risposta rapida non esiste, ma alcuni segnali chiave possono aiutare a interpretare meglio il contesto. Ecco una lettura tecnica e senza sconti.

Fed più “hawkish” della BCE

Nell’intersezione fra politiche monetarie, inflazione e ciclo macroeconomico si muove il primo driver valutario: il differenziale dei tassi. È una dinamica apparentemente lineare. Se la Federal Reserve mantiene i tassi più alti rispetto alla BCE, gli investitori globali trovano più interessante acquistare Treasury rispetto ai bond europei, aumentando così la domanda di dollari. È la “teoria da manuale”.

Ma negli ultimi mesi è accaduto il contrario: mentre la BCE abbassava i tassi, il dollaro si è indebolito. Paradosso? Solo in apparenza.

Il mercato non guarda ai tassi nominali; guarda ai tassi reali. E in questo momento, con un’inflazione americana stabilmente sopra il 3%, il rendimento reale dei Treasury risulta meno allettante di quanto i numeri nominali facciano credere. L’Europa, nonostante un ciclo economico più fragile, presenta inflazione più vicina al target e quindi differenziali reali meno sfavorevoli.

Se nei prossimi mesi il PIL USA dovesse continuare a crescere a ritmo sostenuto e l’inflazione riuscisse a convergere verso il 2%, l’effetto reale comincerebbe a spingere nuovamente il biglietto verde. In un contesto esclusivamente monetario, questo basterebbe a dare linfa al dollaro.
Ma oggi non ci muoviamo in un contesto “solo monetario”.

La politica fiscale statunitense è estremamente espansiva. Con tassi elevati, il costo del debito cresce e il deficit si amplia. E qui entra in gioco un altro elemento: le pressioni politiche. Il presidente Trump spinge per tagli più rapidi dei tassi. Un intervento aggressivo ridurrebbe i tassi reali, e storicamente un compressione del rendimento reale tende a indebolire il dollaro.

In parallelo, dall’altra parte dell’Atlantico, il sentiment sul rischio sovrano europeo si è alleggerito: nel caso italiano, le agenzie di rating non hanno confermato scenari catastrofici, contribuendo alla riduzione dello spread. Questo ha reso meno necessario per gli investitori rifugiarsi nel dollaro.
Ecco perché il quadro è così delicato. È un equilibrio fra forze monetarie, fiscali e politiche che nessun modello lineare può catturare al 100%.

Rischio geopolitico e flight-to-quality

C’è poi la dimensione più istintiva dei mercati: il comportamento umano nelle crisi. Nelle fasi di tensione globale, Taiwan, Medio Oriente, Ucraina, il dollaro continua a rappresentare la principale valuta rifugio. Non perché sia “migliore”, ma perché è la più liquida, la più accettata, quella che trova più facilmente compratori e venditori in qualunque condizione. È una questione di profondità del mercato.

Il cosiddetto flight-to-quality è un fenomeno ricorrente: nei momenti di paura, gli investitori “scappano” verso asset considerati più sicuri. I Treasury rientrano in questa categoria perché sono sostenuti da un’economia grande, diversificata e capace di emettere debito virtualmente senza limiti. Quando questo riflesso si attiva, la domanda di dollari aumenta, indipendentemente da quale banca centrale sia più aggressiva o da quale paese offra rendimenti migliori.

La forza del dollaro come valuta rifugio deriva da un mix di fattori: potenza economica americana, ruolo sistemico nei pagamenti globali, predominanza nelle riserve valutarie delle banche centrali. Anche se molte economie stanno cercando di ridurre la dipendenza dal dollaro, non esiste oggi un’alternativa in grado di sostituirlo pienamente. L’euro è troppo legato a un’unione politica incompleta, lo yuan troppo controllato, le criptovalute troppo volatili.

Quindi: davvero meglio dollari o euro?

A questo punto la risposta diventa più chiara: non esiste un “meglio” in senso assoluto, ma un “meglio ora, per quelportafoglio, in quel contesto”.

Se guardiamo solo ai fondamentali monetari, il dollaro potrebbe riprendere forza quando l’inflazione convergerà e la Federal Reserve potrà permettersi una traiettoria più lineare. Se guardiamo alla politica fiscale, il biglietto verde è strutturalmente sotto pressione. Se guardiamo infine al rischio geopolitico, resta imbattibile come valuta rifugio.

L’euro, dal canto suo, è favorito da un’inflazione in rientro e da una minore volatilità fiscale, ma paga ancora il prezzo della frammentazione politica europea.
La sintesi è semplice: il futuro della coppia EUR/USD sarà deciso da quale forza dominerà per prima.