Marco Veronese Passarella: beni pubblici, privatizzazioni e ruolo dello Stato

In questa seconda parte dell’intervista, con il prof. Passarella, economista marxista e circuitista, parliamo di privatizzazioni e intervento dello Stato in economia

Marco Veronese Passarella: beni pubblici, privatizzazioni e ruolo dello Stato

Proseguiamo la chiaccherata con il prof. Marco Veronese Passarella, economista marxista e circuitista presso la Facoltà di Economia dell’Università di Leeds (Regno Unito) cominciata in un precedente articolo. Questa volta ci occupiamo di alcuni risvolti pratici che seguono alle analisi degli economisti neoclassici e critici.

Che effetti hanno avuto le politiche di privatizzazione degli ultimi 20 anni?

«Parlando di casi concreti di privatizzazioni in tempi recenti, le evidenze empiriche sono controverse. Nell’Unione Europa, a seguito del processo di integrazione e liberalizzazione, in alcuni settori i prezzi sono scesi, ma in altri sono saliti. D’altra parte, i settori dove i prezzi sono scesi sono stati interessati da forti innovazioni tecnologiche, cosa che fa ritenere che è a queste che si deve la discesa del prezzo (si pensi alla telefonia…) E tali innovazioni si devono quasi sempre, in primo luogo, alla ricerca che viene condotta nell’ambito di istituzioni pubbliche. Dunque anche collegare l’innovazione alle privatizzazioni sarebbe fuorviante.»

Va ricordato che, in linea di principio, le politiche di privatizzazione sarebbero criticabili anche rimanendo all’interno del paradigma della scarsità…

Ma il caso delle privatizzazioni in Inghilterra, a suo avviso, evidenzia un problema proprio nella questione della determinazione dei prezzi secondo l’economia neoclassica? In altre parole, si è verificato in questo caso un prezzo maggiore di quanto ci si attendeva prima della privatizzazione perché si sono seguiti criteri neoclassici? E poi le privatizzazioni spesso sono affidate ad una o a poche imprese, non ad una vera concorrenza come nel modello neoclassico....

«Direi di sì. Qui va criticato il modello neoclassico di equilibrio parziale di concorrenza perfetta. Le ipotesi di quel modello (numero infinito di imprese e consumatori, prodotto omogeneo, informazione perfetta, stessa tecnologia, nessuna barriera all’entrata o all’uscita dal mercato, ecc.) sono irrealistiche e non descrivono ciò che avviene nei mercati reali. Lì la concorrenza non è un processo passivo di livellamento dei prezzi. È un processo attivo, fatto di conflitto tra capitali, pratiche monopolistiche... se lasciamo un certo numero di imprese libere di competere, alcune finiranno inevitabilmente fuori dal mercato, altre si espanderanno o colluderanno, portando a forme oligopolistiche o monopolistiche, in cui la concorrenza non si gioca sui prezzi, ma su dimensioni e potere sociale. La concorrenza perfetta è pensabile in una astratta economia di scambio, ma non lo è in un’economia monetaria di produzione come quella capitalistica.»

Quali sono dunque le prescrizioni di politica economica che provengono dall’economia eterodossa che pone a suo fondamento il paradigma della riproducibilità?

«Le posizioni fra economisti eterodossi sono molto diverse. All’estrema sinistra abbiamo quei marxisti che ritengono il sistema non riformabile, mentre altri economisti marxisti (come me) ed eterodossi, come i post-keynesiani, ritengono che in questa fase ci si debba battere per l’estensione della sfera pubblica, se non altro per mettere in evidenza le contraddizioni esistenti. Non solo attraverso la produzione da parte dello Stato di beni e servizi essenziali, e qui penso per esempio al problema abitativo (da affrontare non solo in chiave emergenziale, ma con un alto profilo sul piano della ricerca urbanistica ed architettonica), ma anche dal punto di vista delle produzioni strategiche ad alto contenuto tecnologico.»

A suo avviso la concorrenza deve comunque rivestire una sua importanza?

«Ci sono molte attività, per esempio tutte quelle precapitalistiche, che si possono lasciare alla libera iniziativa privata (penso alle attività ricreative, mica vogliamo i pub gestiti dallo Stato…). Per altre la fase di produzione è così strategica che dovrebbe rimanere pubblica o comunque sotto controllo pubblico.»

E che ne pensa delle autorità per la concorrenza? Qualche anno fa l’authority europea guidata da Mario Monti fece un intervento interessante per quanto riguarda il monopolio della Microsoft...

«Sarebbe bastato favorire la diffusione del “free software” nelle scuole e negli uffici pubblici....non è un tema troppo appassionante, in ogni caso.»

Nell’ultima parte dell’intervista, che trovate qui, ci occuperemo di alcuni temi economici «caldi» e delle politiche economiche più appropriate per affrontarli secondo il prof. Passarella.

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Argomenti:

Deficit pubblico

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