Marattin, PD: crisi Italia non dipende da Euro, la storia è scritta dai creditori (VIDEO)

Il capogruppo PD della commissione Bilancio della Camera ospite nella sesta puntata di Testa o Croce, il programma di Money.it sul dibattito Euro sì o no. Ecco cosa ha detto.

Il declino italiano non ha niente a che vedere con l’entrata nell’Euro. Secondo Luigi Marattin, intervistato da Money.it nel programma “Testa o Croce”, il vero problema del nostro paese è da individuare nella scarna produttività, specie se rapportata alla media europea. Marattin, capogruppo PD della commissione Bilancio della Camera, teme anche uno sfascio dei conti pubblici che, come conseguenza, potrebbe portare a un’uscita automatica dalla moneta unica.

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I vantaggi dell’entrata nell’Euro

“L’Euro ci ha consentito di completate i benefici dell’ingresso nel mercato unico avvenuto nel 1992: un mercato di sbocco per le nostre imprese non più costrette a pagare dazi e tariffe aggiuntive. Il problema che hanno oggi gli inglesi con la Brexit, perdendo l’accesso a un mercato con milioni di consumatori. Bisogna sempre ricordare che il mercato unico funziona bene se c’è anche una moneta unica.

Poi ci sono stati i vantaggi finanziari portati dall’abbandono di una moneta debole come la lira che aveva associato un alto rischio di svalutazione. Così al momento di emettere titoli di stato avevamo una maggior spesa per interessi con conseguenti aumenti di tasse e di debito a scapito delle generazioni future.

Con l’entrata nell’euro, moneta più forte e stabile, in 20 anni abbiamo risparmiato tantissimo in termini di spese per interessi. Poi c’è stato il vantaggio dell’inflazione, che negli anni settanta aveva raggiunto la doppia cifra: con l’euro abbiamo sradicato il rischio di tornare a quei livelli che riducono il potere d’acquisto soprattutto di lavoratori e pensionati, le fasce sociali che, per come la vedo io, dovrebbero essere più tutelate.

C’è stata semmai la responsabilità della classe politica della seconda repubblica che non ha sfruttato quel risparmio sugli interessi passivi per abbassare il debito pubblico e allo stesso tempo la scarsa crescita della produttività. Dal 1985 ad oggi, infatti, la produttività media europea è cresciuta tra il 33 e il 35%, mentre in Italia solo del 7%. Abbiamo dunque avuto un ritardo decennale nella crescita della produttività. Quel gruzzoletto di risparmio andava investito in riforme strutturali, invece è stato utilizzato per aumentare la spesa corrente”.

I costi dell’entrata nell’Euro

“Aderire alla moneta unica non ci ha portato solo vantaggi, ma anche dei costi. Pensiamo all’unione fiscale: mancava e non si è avuto il coraggio politico di portarla a termine. Si è quindi persa la possibilità di reagire agli shock asimettrici con una politica monetaria autonoma. Sicuramente, però, i benefici hanno superato gli effetti negativi. Il problema ulteriore è che l’Italia ha subito una doppia crisi tra il 2008 ed il 2013, la peggiore perdita di reddito, occupazione e produzione industriale in tempo di pace.

Siamo un Paese che non ha avuto e non ha il coraggio di guardarsi allo specchio, e l’adeguamento al post-globalizzazione ha richiesto si trovasse un colpevole. Colpevole che è stato indicato nell’Euro, nella Bce, nei mercati finanziari. Non è una malattia solo italiana, anche gli inglesi se la sono presa con l’Ue. Nel mondo occidentale c’è insoddisfazione dell’elettorato proprio per un difficile adeguamento alle dinamiche post-globalizzazione: ci si sfoga contro qualcuno, e più è diverso da me e meglio è. Temo che il governo voglia sfasciare i conti pubblici mettendo tutti di fronte al fatto compiuto e e determinando quindi l’automatica uscita dall’euro”.

La vera causa del declino italiano

“Dire che dal 1995 una certa variabile positiva non abbia avuto una buona crescita, legando questo trend all’euro, non ha proprio senso. Inoltre non sappiamo cosa sarebbe accaduto se avessimo mantenuto la lira.

Sono convinto che la causa del declino italiano degli ultimi 30 anni sia stato il divario di crescita di produttività. Se nel lungo periodo qualcosa che non funziona non è colpa di variabili nominali, ma della mancata efficienza della combinazione di capitale e lavoro. Tutto questo non ha niente a che fare con l’euro: il divario è partito dieci anni prima della sua introduzione”.

Una perenne spesa

“Nel 2012, in piena crisi, forse non è stato ottimale ridurre il debito. Siamo stati un paese che non ha saputo risparmiare quando le cose andavano bene, e abbiamo speso sempre e comunque anche quando tutto andava male. Si può anche spendere in deficit quando l’economia peggiora, ma per farlo bisogna avere maturato un surplus di bilancio accumulato nel momento florido. L’Italia è andata molto vicina a rimetterci le penne e qualcosa mi dice che rischia altrettanto nel futuro”.

L’epoca delle bufale

“Ho iniziato a capire il distacco tra realtà e certe sue rappresentazioni con il referendum di giugno 2011, in cui si è chiesto agli italiani di andare a votare contro l’acqua privata quando il quesito era tutt’altro. Che sta succedendo dunque alla realtà? È diventato così facile separare i fatti dalle opinioni?

Di fronte ai dati Istat i due vicepremier hanno detto che si trattava di una falsificazione, e siamo di fronte a un bel problema. Su Raidue nel programma “Povera Patria” si è detto che la Banca d’Italia è privata nel senso non della compagine sociale, ma dei proventi distribuiti ai privati. Si è aggiunto che nel 1981 la Banca d’Italia ha smesso di comprare i titoli invenduti in asta come un fatto negativo, ed è quello invece che ci ha salvato, altrimenti non avremmo ridotto il deficit di bilancio: dalla repubblica di Weimar al Venezuela di oggi, i paesi che battono moneta per comprare i titoli invenduti fanno una brutta fine, economicamente parlando.

Con queste bufale si mina la fiducia in tutti: l’Europa è cattiva, l’ufficio parlamentare di bilancio non va bene perché ha lavorato con Cottarelli. La si butta in caciara e non fa più ridere, si mette a rischio la qualità e forse anche la quantità della democrazia. Le elezioni degli ultimi due anni sono state determinate dal proliferare di bufale: tra il pericolo della censura e il pericolo di inquinare la democrazia con vere e proprie balle, sono più preoccupato dal secondo rischio”.

La favola della sovranità monetaria

La storia non la scrivono i vincitori, ma i creditori. Posso avere anche la mia moneta e svalutarla ogni cinque minuti, ma nel mondo di oggi non servirebbe a niente. Negli anni ’70 serviva nel breve periodo perché la filiera produttiva era nazionale. Ora invece un bene viene venduto in Italia, esportato in America con beni intermedi comprati fuori dal nostro paese: il vantaggio è quindi annullato dall’aumento del costo di acquisto di questi beni intermedi. Possiamo avere una nostra moneta, possiamo indebitarci, ma poi qualcuno dovrà prestarci comunque i soldi per andare avanti, e dovrebbe continuare a farlo solo perché lo diciamo noi. Dipenderemmo comunque sempre da qualcuno. Faccio molta fatica a comprendere il concetto: ’se stampo moneta me ne posso fregare del mondo’, di fronte anche ed esempi lampanti come la Turchia.

È proprio così che si perde la sovranità, si provoca l’effetto contrario rispetto a quello decantato dai sovranisti. Le famiglie italiane non regalano l’oro alla patria, c’è stata l’asta Btp con rendimento doppio rispetto all’anno scorso ma la vendita è calata dell’80%. Si tratta di persone che stanno investendo i loro risparmi e se i fondamentali non sono buoni, quei titoli non li comprano. E così saranno acquistati dall’estero. Come fai a dire di essere sovrano se la tua esistenza dipende da qualcuno esterno che ti compra il debito? È il mondo delle favole. Se i No Euro capissero il funzionamento del sistema monetario non avremmo perso tutto questo tempo: la comprensione di meccanismi economici è diventata una colpa. Se so qualcosa faccio parte dell’elite, della casta: per essere rappresentante del popolo dovrei invece non sapere nulla. Sono stati nominati certi personaggi la cui unica qualità è quella di non sapere nulla.

Il lascito peggiore di questo governo non sarà la finanza pubblica allo sfacelo, ma la convinzione che conoscere le cose, sacrificarsi, sia negativo perché ciò fa di te un appartenente alla casta ’che parla difficile’. Una concezione che trovo più pericolosa di un debito pubblico al 300% del pil. Gli economisti hanno tutte le colpe ma non si può continuare a spararle grosse perché solo in questo modo ci si sente più vicini al popolo”.

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1 commento

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Diogene • 1 mese fa

vergognati. I Ns giovani scappano all’ estero per trovare un qualsiasi lavoro.

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