Lavoro: più regole per smart working in Fase 2. Ecco perché

Teresa Maddonni

19/05/2020

16/06/2021 - 17:18

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Lavoro: più regole per lo smart working nella Fase 2 e per il futuro. Il perché lo spiega un’indagine di CGIL cui ha fatto seguito il commento del segretario Maurizio Landini. Anche nel lavoro da casa la disparità tra uomini e donne esiste.

Lavoro: più regole per smart working in Fase 2. Ecco perché

Lavoro: sono necessarie più regole per lo smart working in Fase 2 e a spiegare il perché è un’indagine realizzata dall’ufficio Politiche di genere della CGIL in collaborazione con la Fondazione studi Di Vittorio.

Un’indagine che riguarda gli 8 milioni di lavoratori che si sono ritrovati in smart working durante il lockdown (prima erano appena 500mila in Italia) e i cui risultati interessano anche coloro i quali continueranno anche parzialmente l’attività di lavoro agile dopo la fine dell’emergenza COVID-19.

Il 60% di coloro che hanno partecipato all’indagine della CGIL vorrebbe continuare, ma esistono delle criticità che imporrebbero delle nuove regole allo smart-working in Fase 2 e oltre, come d’altronde ha spiegato anche il segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

A intervenire anche Susanna Camusso che ha parlato della necessità di scongiurare la possibilità che lo smart working diventi “lavoro fordista tra le mura domestiche”. Vediamo quindi i risultati dell’indagine e il perché nel dettaglio per il lavoro in smart working serviranno più regole.

Lavoro: smart-working. I risultati dell’indagine

Per il lavoro e in particolare per quello in smart working nella Fase 2 e oltre serviranno più regole. A spiegare perché l’indagine di CGIL cui è seguito il commento del segretario Landini.

Il sindacato con la Fondazione Di Vittorio ha intervistato, attraverso un questionario online, 6170 persone (poche sicuramente rispetto agli 8 milioni che hanno lavorato da casa nei due mesi di lockdown).

In realtà pare che quello che molti italiani hanno continuato a svolgere tra le mura domestiche è uno smart working un po’ sui generis che si caratterizza per il semplice trasferimento a casa del lavoro d’ufficio. In particolare dall’indagine emerge quanto segue:

  • il 45% ha dichiarato che il lavoro non è cambiato;
  • il 32% che è cambiato parzialmente;
  • per il 23% invece è cambiato totalmente.

Per quasi la totalità degli intervistati servono competenze specifiche per lo smart working, ma si evince anche un altro aspetto negativo che riguarda il diritto alla disconnessione e il 56% degli intervistati che non vi presta attenzione. Altro elemento è lo spazio in cui svolgere il proprio lavoro:

  • il 50% ha uno spazio ricavato;
  • il 19% invece si dà al nomadismo casalingo.

La percezione dello smart working è diversa tra donne e uomini:

per le donne è più pesante e complicato (+8%) rispetto agli uomini. Allo stesso tempo, sempre per le donne, risulta anche più alienante e stressante rispetto all’altro genere (+9%). Per gli uomini infatti lo smart working è più stimolante e soddisfacente. Se il 60% dei lavoratori vorrebbe continuare in smart working, il 22% rinuncerebbe mentre il 18% è indeciso.

Al termine dell’indagine con i risultati sullo smart working nero su bianco è arrivato il commento anche del sindacato sulle nuove regole che dovranno riguardare lo smart working.

Smart working in Fase 2: perché servono nuove regole

Per lo smart working in Fase 2 servono nuove regole e uno dei motivi per esempio è spiegato nel diritto alla disconnessione. A parlarne il segretario Landini commentando l’indagine.

Le regole, con il pagamento degli straordinari per esempio, andranno inserite all’interno dei contratti collettivi di riferimento. Una nuova frontiera del lavoro dunque, un’evoluzione che necessita di regole sebbene già esistano in parte (il lavoro agile trova spazio nel Jobs Act). Ha detto Landini:

“Lo smart working deve essere regolamentato dopo questa esperienza dobbiamo porci il problema di fare in modo che nei nuovi contratti collettivi e aziendali ci siano elementi che permettano di affrontare i bisogni di chi lavora in smart working, e quindi discutere di temi come il diritto alla disconnessione e alla formazione. ”

E ancora ha aggiunto:

“Lo smart working per essere un’esperienza positiva e soddisfacente per le lavoratrici e i lavoratori e va organizzato e contrattato con le organizzazioni sindacali. Bisogna fare in modo che tutte le modalità di lavoro siano oggetto di una discussione molto precisa. Va regolamentato e bisogna evitare che diventi una modalità permanente.”

E ancora ha aggiunto:

“Nei contratti nazionali, pubblici e privati, che stiamo rinnovando dobbiamo essere in grado di definire elementi, come processi di formazione e diritto alla disconnessione. Prevedere pause, fare distinzioni tra lavorare il giorno e la notte, di sabato e festivi, sui mezzi da utilizzare, evitare le discriminazioni di genere: bisogna allargare la contrattazione e fare in modo che tutte le modalità di lavoro, compreso lo smart working, siano regolamentate.”

In merito è intervenuta anche Susanna Camusso, ex segretaria CGIL e attualmente responsabile delle Politiche di genere della Confederazione, la quale ha dichiarato:

“Lo smart working non può essere una forma di conciliazione. Le donne sono più penalizzate e discriminate, sia sul fronte relazionale che su quello prettamente professionale. Servono regole per renderlo un lavoro effettivamente smart e non una trasposizione di un lavoro fordista dentro le mura di casa.”

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