Ma la laurea serve davvero a trovare lavoro? Ecco una domanda che i giovani italiani si pongono sempre più spesso, proprio mentre le rilevazioni Almalaurea sembrano sfatare il mito del celebre “pezzo di carta”. Vediamo insieme perché.
La laurea serve a trovare lavoro. Punto. Questo assioma dogmatico, soprattutto nel nostro Paese, per decenni si è incardinato nella cultura popolare, nel sentire comune, ma soprattutto nelle ansiose aspettative delle nostri madri, sempre pronte ad esortarci a portare a casa il benedetto pezzo di carta, fonte di sempiterne garanzie occupazionali.
Eppure i tempi sono cambiati, la crisi economica e occupazionale si fa sempre più sentire, il ceto medio si impoverisce, i professionisti ricorrono alla cassa integrazione ed ecco che improvvisamente l’incoronazione con l’alloro non è più sufficiente, soprattutto in un mercato del lavoro sempre più asfittico.
Le rilevazioni Almalaurea: in tempi di crisi anche la laurea è meno efficace
E a dirlo non siamo noi, bensì Almalaurea, il consorzio interuniversitario che si occupa di monitorare l’inserimento dei neolaureati nostrani nel mondo del lavoro. Nell’ultima rilevazione, infatti, il mito del pezzo di carta sembra un bel po’ in affanno. A un anno dal conseguimento della laurea, infatti, il titolo viene considerato efficace per appena 49 laureati triennali su 100, con un calo di ben 9 punti percentuali rispetto al 2008. Se la cavano meglio coloro che hanno ottenuto una laurea specialistica o a ciclo unico, ma anche qui le percentuali rispetto a 5 anni fa sono sensibilmente in calo (rispettivamente – 7 per cento e – 14 per cento).
Maggiore efficacia per le lauree a ciclo unico
Di per sé, la riforma triennale sembra avere alcune lacune, che si mostrano con tutta evidenza se consideriamo che le lauree più competitive sul mercato del lavoro sono proprio le magistrali a ciclo unico, il vecchio quinquennale insomma. Infatti, è per i ragazzi con un titolo di studio di cinque anni che si registrano i dati più incoraggianti dal punto di vista dell’efficacia (addirittura il 75,5 per cento), seppur anche loro in calo. C’è da considerare, tuttavia, la peculiarità delle discipline a cui il ciclo unico si rivolge (medicina, farmacia, architettura, eccetera).
Quali sono le lauree più efficaci?
Tornando sempre alla vecchia dicotomia lauree umanistiche vs. lauree scientifiche, neanche Almalaurea sembra riuscire a confortare gli amanti delle scienze umane e letterarie. Le lauree più efficaci, infatti, sono quelle in architettura (59%), ingegneria (57%) e nel settore chimico-farmaceutico (54%). Di tutt’altro tenore, invece, le percentuali registrate da chi ha conseguito una laurea in scienze politiche, psicologia e lettere (inferiori al 35 per cento) dove si registra anche la tendenza a proseguire la professione che si svolgeva prima della laurea.
Numeri che denunciano tutte le criticità del sistema universitario italiano, sempre più inadeguato di fronte a una grave crisi occupazionale che, nell’ambito giovanile, ha sfondato già da tempo l’impressionante tetto del 40 per cento di disoccupati. E anche l’illusione del posto fisso grazie al pezzo di carta è ormai venuta meno: secondo dati del Consiglio universitario nazionale nel nostro Paese le iscrizioni all’università sono calate del 17 per cento negli ultimi 10 anni.