In un mese il valore dell’oro ha rilevato una crescita vertiginosa: un trend che secondo gli analisti finanziari è appena iniziato e che si confermerà tale nel nuovo anno: ecco perché.
Sullo scenario finanziario globale sono molti gli analisti preoccupati per le scelte adottate dalle banche centrali. La mente va subito al quantitative easing, l’intervento di politica monetaria recentemente messo in campo alla BCE che ha deciso di acquistare i titoli di stato delle banche europee per iniettare liquidità nel sistema economico europeo, ma le stesse scelte sono state adottate per molti dalla FED che, per ora, non ancora cambiato verso alla propria politica monetaria e anche dalle banche centrali di altri importanti Paesi, come ad esempio il Giappone, tradizionalmente legato a questo tipo di interventi economici.
Si tratta di scelte quasi obbligate, dato l’attuale scenario deflazionistico in cui versano le economie di quasi tutto il pianeta, che tuttavia comportano conseguenze assai negative per gli investitori, dalla discesa dei tassi sui titoli di stato, precipitati in molti casi a livelli negativi, fino al rischio di una bolla obbligazionaria che potrebbe determinare gravi perdite in caso di rinegoziazione del debito pubblico.
Proprio per questo nell’ultimo mese l’oro ha ricominciato a fare la parte del leone e ad assumere nuovamente quel ruolo di bene rifugio che per tanto tempo gli era appartenuto e che, poi, aveva perso. Si tratta di un bene che, secondo molti analisti finanziari, può essere detenuto a un costo quasi nullo e che rappresenta la copertura migliore di fronte alle rischiose scelte delle Banche centrali.
Le ragioni che hanno determinato questa inversione di tendenza sono molte. In primis occorre ricordare le scelta messa in campo dalla Swiss National Bank che optando la libera fluttuazione del franco svizzero, sganciato dalla soglia tetto nel cambio con l’euro (a 1,2): con tale decisione la SNB non solo ha disorientato i mercati ma ha anche fatto sì che il franco svizzero perdesse il ruolo di bene rifugio acquisito negli ultimi anni.
A ciò occorre aggiungere i dati deludenti arrivati recentemente dagli USA e l’impennata del dollaro di fronte all’euro, un fattore quest’ultimo che rende il biglietto verde una moneta davvero poco invitante da acquistare.
Tornando al fronte europeo l’attenzione è piombata recentemente sulle elezioni in Grecia e sull’ascesa al potere di Syriza che, qualora dovesse riuscire a rinegoziare il debito pubblico greco, renderebbe, di fatto, carta straccia, i propri titoli di stato, determinando ingenti perdite tra tutti i creditori internazionali.
Proprio per queste ragioni, sia tra i gestori di fondi di investimenti che tra le banche centrali di molti Paesi ha iniziato a prendere piede una strategia unanime: la diversificazione degli investimenti. All’oro hanno recentemente puntato, infatti, sia colossi come Goldman Sachs, sia finanziari europei, sia le Banche Centrali di Paesi emergenti ancora in crescita come l’India e la Cina, sia quelle di Paesi come la Russia che, colpita da una crisi finanziaria che non accenna a finire, ha pensato bene di correre ai ripari puntando sul sicuro. Secondo una notizia fatta circolare nei giorni scorsi dall’FMI e, poi, smentita, anche la Banca Centrale dei Paesi Bassi avrebbe iniziato la propria corsa all’oro.
Ciò ha determinato nello scorso mese una crescita del prezzo dell’oro del 10%, cha hanno fatto arrivare le quotazioni di un oncia 1288.96 dollari (rilevazione delle 11.15 di oggi). Complice anche la riduzione dell’offerta - dal momento che molte aziende aurifere hanno costi di produzione superiori al prezzo dell’oro - il 2015 dovrebbe dar corso a una crescita del prezzo dell’oro di circa il 30%.
Occorre comunque raccomandare anche la prudenza: molti analisti credono, infatti, che piuttosto che di un trend di lungo periodo si tratti di un exploit momentaneo destinato a smorzarsi giù nel corso del primo trimestre del 2015 quando, secondo Bloomberg, l’oro potrebbe tornare a quota 1175 dollari/oncia. A sfavore del rialzo del dollaro potrebbero, infatti, giocare il rafforzamento del dollaro USA e la prospettiva di rendimenti reali in aumento che potrebbe configurarsi anche nell’Eurozona.
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