Riforma della scuola e dell’università sono due punti cardine dell’azione del Governo Renzi. Facciamo il punto sulla situazione attuale e sulle prospettive future con il professore Massimiliano Ferrara.
Forexinfo intervista Massimiliano Ferrara, professore ordinario in matematica per l’economia e pro rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, da poco scientific advisor presso la King Abdulaziz University (Arabia Saudita).
In questo periodo si discute tanto di riforma della scuola e dell’università. Con il Professore Ferrara, protagonista di un’intensa attività di ricerca scientifica in Italia e all’estero, facciamo il punto sulla situazione attuale e sulle prospettive future.
Ecco di seguito l’intervista che abbiamo realizzato con il Professore.
1) Professore partiamo dal tema della scuola. Cosa ne pensa della riforma “la buona scuola”? Dal suo punto di vista il Governo è andato nella direzione giusta?
R. Prima di entrare nel merito della Riforma della Scuola, francamente bisognerebbe comprendere le reali intenzioni del Legislatore e al contempo porrei a chi di dovere, una domanda: il nostro modello di “Education” andava realmente rivisto, o meglio rivoluzionato?
E’ indubbio che il fenomeno della globalizzazione e della seconda rivoluzione industriale derivante dalla esplosione di internet hanno disegnato un mondo nuovo i cui confini tendono quasi a virtualizzarsi. Da ciò, inevitabilmente, con tutto quello che questa rivoluzione comporta, sorge la necessità di adeguarsi (e in fretta) alle nuove sfide e alla nuove esigenze di cambiamento che si percepiscono neanche troppo velatamente intorno a noi.
La formazione delle classi dirigenti del futuro è una delle principali missioni di uno Stato civile e moderno. L’obiettivo è “formare” attraverso la costruzione di percorsi di apprendimento tesi a trasferire conoscenza e costruire una base culturale nei discenti, il tutto all’interno di una idea di Stato che però deve essere definita in modo chiaro. Se questo non dovesse avvenire si corre il rischio di depotenziare la reale ed effettiva portata dell’azione formativa, la quale si tradurrebbe in una semplicissima e meccanicistica routine senza un “anima” di fondo.
Riappropriamoci di una nostra identità di Nazione per capire chi siamo e dove vogliamo andare, poi forse si potrebbero avviare delle vere e realistiche riforme. Magari in un clima di maggiore condivisione, proprio perché frutto di un idem sentire collettivo, di una visione comune, di uno Stato i cui cittadini ne sono vitale rappresentazione.
2) L’Università sarà la prossima grande sfida di riforma del Governo di Matteo Renzi, a settembre sono attese le linee guida. Come preannunciato la riforma dovrà muoversi lungo due diverse linee direttrici: meno burocrazia ed un Jobs Act universitario per stabilizzare i precari. Anche in questo caso si parla molto di burocrazia, posti di lavoro, fondi disponibili, ma non si parla di programmi, progetti di ricerca, nuovi investimenti. Secondo lei in che direzioni deve muoversi una buona riforma del sistema universitario italiano?
R. L’università italiana come per alcuni versi il nostro sistema scolastico, per ancorami alla domanda precedente, hanno rappresentato per anni un modello di riferimento in ambito continentale. Da circa un ventennio purtroppo non è più così. In effetti con riferimento al citato Jobs Act universitario, pur rispettando l’obiettivo nobile della stabilizzazione dell’enorme precariato universitario, non si dimentichi il problema di fondo da cui in parte è dipesa l’elefantiaca produzione di questo “potenziale capitale umano” che ruota intorno all’universo accademico: la mancanza di investimenti strutturali pensati ed incardinati all’interno di una idea di Università in linea con le esigenze di innovazione e ricerca (tralasciando la dicotomia tra ricerca pura ed applicata, sulla quale non concordo) che si riscontrano a livello globale. L’Università è un sistema aperto che non può e non deve rimanere escluso da questo processo di rinnovamento e reale accostamento alle istanze che provengono dall’ambiente esterno; da quella Società di cui essa è parte integrante ed attiva e alla quale fornisce il capitale umano chiamato ad originare la classe dirigente presente e futura.
3) E’ ormai passato più di un decennio dell’introduzione del sistema 3+2, laurea triennale più laurea magistrale. Da una parte c’è chi sottolinea il maggior numero di laureati rispetto al passato; dall’altra parte, però, si mette in evidenza come la qualità delle lauree sia nettamente calata. Lei da che parte sta?
R. La Riforma Berlinguer fu frutto di una spinta riformatrice che veniva promossa in tutta Europa. L’Italia non poté sottrarsi a recepire questo importante segnale di cambiamento. L’obiettivo neanche tanto celato della citata riforma fu quello di avvicinare il sistema formativo accademico al mondo delle professioni e dell’industria per cercare di favorire un più oleato matching tra domanda e offerta di lavoro. Per alcuni versi si è (parzialmente) raggiunto l’obiettivo ma con un costo molto alto: aver dovuto rinunciare ad un modello di università (quello ante-riforma) nettamente più robusto di quello attuale.
4) Lei ha collaborato come Visiting Professor con prestigiose Università e Accademie internazionali tra cui la Harvard University di Cambridge, la Western Michigan University, la Morgan State University e la Northeastern University di Boston. Ha ottenuto prestigiosi premi internazionali per la sua attività di ricerca accademica. Il suo punto di osservazione è quindi privilegiato: quali sono le differenze maggiori tra il sistema universitario italiano e quelli di maggior successo a livello internazionale? Come colmare il gap con i migliori atenei internazionali?
R. Sarò laconico ma, nella mia risposta, si potranno leggere molte provocazioni intellettuali: “occorre dare merito al valore e valore al merito”. Mediamente all’estero, o almeno nelle realtà che Lei menzionava e da me vissute in prima persona, tutto ciò avveniva regolarmente.
In Italia a tutt’oggi mi sembra di non registrare nulla in questo senso. Per colmare il gap che esiste ed è enorme, non possiamo considerare il solo universo accademico: il problema è il modus operandi dei singoli attori sociali presenti nella società che con la loro azione intrisa di senso civico, contribuiscono a creare le condizioni sociali per un ecosistema dove efficienza, meritocrazia e rispetto del bene comune rappresentano assets irrinunciabili.
Il sistema universitario immerso in questo ambiente non può che godere delle esternalità positive che promanano da esso. Come colmare il gap con i migliori atenei internazionali? Finanziando la ricerca migliore nel miglior modo possibile e dare alla offerta didattica l’attenzione che fino adesso non è stata data. Non dimentichiamoci che l’Università deve sì produrre ricerca ma in primis deve adempiere alla sua funzione originaria che è quella di formare. E all’estero lo hanno capito bene e prestano molta attenzione a questo aspetto. Da qui la logica conseguenza di un sistema che produce anche una ricerca (mediamente) di buona qualità. Si crea un circolo virtuoso che alle nostre latitudini purtroppo perlopiù manca.
5) I dati occupazionali sono sempre allarmanti. Preoccupa, in particolare, la grande piaga della disoccupazione giovanile ormai stabilmente al di sopra del 40%. Diversi anni fa andava di moda lo slogan delle tre “i”: inglese, internet e impresa. Oggi non se ne parla più e c’è un clima di grande sfiducia. Cosa consiglia ai giovani che devono intraprendere il proprio percorso di studi? E a quelli che lo hanno appena concluso ma nonostante questo non riescono a trovare una collocazione adeguata sul mercato del lavoro?
R. Lo slogan delle tre “i” promosso dal Prof. Tremonti non trovò quei favori che in realtà meritava e merita. Con 15 anni di ritardo le esigenze sono purtroppo sempre quelle, ma con un problema in più: noi siamo rimasti al palo, altri (vedi in primis i Paesi asiatici) hanno avviato enormi programmi di investimento pubblico basato su elementi riconducibili alle tre “i” testé menzionate. Il consiglio che posso dare ai giovani è forse banale e troppo paternalistico: credete in voi e nelle vostre potenzialità, investite su voi stessi e date credito ai vostri sogni. Averne è una grande fortuna. Essere giovani vuol dire saper sognare. Saperlo fare, è la premessa per un (vostro) domani di cui forse potreste esserne i fautori.
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