Jobs Act: il Governo traballa sul Decreto Lavoro

Ieri lo scontro in un vertice di maggioranza che ha visto fallire la mediazione tra Pd e Ncd. Domani la fiducia sul DL Lavoro; si teme per il Senato

Il decreto lavoro è il primo vero scoglio che la maggioranza di Governo deve affrontare, al di là delle promesse da campagna elettorale e dei regali alle famiglie. Il nodo del contendere non è tanto il decreto per come era stato pensato e proposto dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, quanto piuttosto la versione che del decreto è uscita dalla Commissione Lavoro della Camera. Si tratta di un testo rimaneggiato, con sostanziali modifiche volute dalla minoranza del Pd che ha sempre mal digerito le posizioni di Renzi in tema di cancellazione delle tutele e che ha sempre ascoltato con attenzione le raccomandazioni della, molto vicina, Cgil.

Se ci si chiedesse cosa cambia davvero nel Decreto Lavoro uscito dopo le revisioni e gli emendamenti della Camera dei Deputati, si scoprirebbe che uno dei nodi del contendere è il numero delle proroghe del contratto a tempo determinato: nel testo originale erano otto, nel nuovo testo è previsto un numero massimo di cinque, sempre senza causale (ossia senza specificare la motivazione del licenziamento). Altro punto caldo su cui si è aperta la contesa è il tetto massimo di contratti a termine presenti in un’azienda: in questo caso la versione originale del decreto prevedeva che solo il 20% dei dipendenti di un’impresa potesse essere soggetto a contratto a termine. Il nuovo testo, uscito dalla Camera, specifica che, qualora il datore di lavoro superi questo tetto è obbligato ad assumere, con contratto a tempo indeterminato, i lavoratori che eccedono il 20% dei contratti a termine.

La seduta di ieri alla Camera è stata tormentata proprio per via di questi temi sul quale il Premier Renzi ha minimizzato, affermando che, pur comprendendo il clima da campagna elettorale, il Governo ha bisogno di (fiducia per) attuare il suo programma. Lo scontro però, oltre ad essere tutto interno alla maggioranza, è tutt’altro che risolto. E se ne sono accorti molto bene Giuliano Poletti e Maria Elena Boschi, ministri del Lavoro e dei Rapporti con il Parlamento, che hanno tentato un’inutile mediazione tra i capigruppo di Partito Democratico e Nuovo Centro Destra.

L’oggetto della contesa sarebbe proprio la trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato nel caso in cui l’azienda superi il tetto del 20% per la prima tipologia. Nel vertice di ieri Poletti ha tentato di trovare un punto d’incontro, proponendo di trasformare quest’obbligo in una sanzione pecuniaria, una scelta che sarebbe stata gradita a Ncd se nonché, a quel punto, il Pd avrebbe alzato la posta, chiedendo un’ulteriore riduzione (da 5 a 4) dei possibili rinnovi del contratto a termine senza causale.

Anche se il partito di Angelino Alfano, come pure Scelta Civica, hanno annunciato, alla fine della lunga trattativa che non avuto alcun esito, che il decreto, comunque, otterrà la fiducia alla Camera, per un senso di responsabilità che i due partiti vogliono dimostrare, la questione sarà riaperta al Senato, dove alfaniani e montiani non si accontenteranno facilmente. Intanto il Governo ha annunciato per domani, il ricorso al voto di fiducia sul decreto lavoro, per non infangare ulteriormente una norma che ormai, è certo, potrebbe creare notevoli ostacoli all’azione dell’esecutivo.

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