Continua lentamente ad arretrare, eppure il lavoro irregolare rimane una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano.
Il lavoro nero in Italia: cosa dicono i dati?
Secondo Istat, nel 2022, ultimo anno per cui si ha una stima disponibile, il valore economico del lavoro nero è stato di oltre 69 miliardi di euro, pari a circa il 3,5% del Prodotto interno lordo: anche se “sommerso”, il lavoro irregolare produce ricchezza e contribuisce quindi al Pil.
L’incidenza è in calo (nel 2012 il valore in rapporto al Pil era del 4,3%), ma i numeri restano comunque elevati. In Italia sono circa 3,6 milioni le posizioni lavorative irregolari considerando autonomi e dipendenti, sia part time che a tempo pieno. Ogni cento posti di lavoro in Italia, 12,3 sono irregolari (non corrispondono al numero dei lavoratori, dato che una persona può svolgere anche più lavori in contemporanea). Naturalmente il fenomeno non è solo italiano, anche se nel nostro Paese raggiunge dimensioni ben superiori alla media europea e paragonabili, salvo poche eccezioni, solo a quelle riscontrate negli Stati membri che hanno aderito all’Unione Europea più di recente.
Il lavoro irregolare nell’Unione Europea
Secondo uno studio dell’Autorità europea del lavoro, che utilizza il Labour Input Method per stimare la diffusione del lavoro irregolare, nel 2019 la media Ue del settore privato si attestava all’11,1%. L’Italia, con una quota del 12,6%, occupava il nono posto in Europa per diffusione del lavoro nero.
Di seguito la classifica dei Paesi europei con la maggiore e la minore incidenza di lavoro irregolare:
- Romania - 21,7%
- Lituania - 20,8%
- Bulgaria - 19,3%
- Malta - 17,9%
- Ungheria - 16,0%
- Polonia - 16,0%
- Lettonia - 16,0%
- Grecia - 12,6%
- Italia - 12,6%
- Francia - 11,8%
- Slovenia - 10,8%
- Croazia - 10,7%
- Repubblica Ceca - 7,0%
- Austria - 5,1%
- Paesi Bassi - 4,8%
- Germania - 3,9%
Come sottolineato dallo studio, Italia, Francia (11,8%) e Grecia (12,6%) sono gli unici Paesi membri che hanno aderito all’Ue prima del 2004 nei quali il livello del lavoro irregolare nel settore privato risulta più alto rispetto a quello medio europeo: nella maggior parte dei casi, la diffusione del lavoro nero è più frequente nei Paesi dell’Est Europa, entrati a far parte dell’Ue con l’allargamento avvenuto circa vent’anni fa.
I settori a maggiore incidenza di lavoro nero
A livello medio Ue, il lavoro irregolare è rappresentato al 62,9% da rapporti di tipo subordinato e al 36,3% da lavoro autonomo. In alcuni Paesi la stragrande maggioranza del lavoro irregolare è legata al lavoro autonomo, in particolare nei Paesi Bassi, dove raggiunge un’incidenza del 90%. Nel nostro Paese, invece, dove le caratteristiche del mercato del lavoro sono ben diverse, la situazione è ribaltata e oltre il 90% del lavoro irregolare ha a che fare con i rapporti di tipo subordinato.
In Italia il lavoro irregolare è diffuso principalmente nell’agricoltura e nell’edilizia, ma anche nel settore terziario e dei servizi (pensiamo a colf e badanti), così come in quello di alloggio e ristorazione, commercio e trasporti. Nell’ambito del lavoro domestico il sommerso raggiunge un’incidenza particolarmente elevata, con circa il 47% di occupati irregolari.
Nelle regioni del Sud la diffusione del lavoro irregolare, al 13,4%, risulta superiore a quelle stimate per il Centro (10%) e il Nord (7,7%). In ogni modo, il fenomeno è in costante riduzione: dieci anni fa, nel 2015, il lavoro irregolare rappresentava il 38,3% del totale dell’economia sommersa italiana, mentre nel 2022 è sceso al 34,3%. Il lavoro nero in Italia continua a contrarsi, ma ancora non abbastanza per scendere al di sotto del livello medio europeo.