Grecia: ecco perché il PIL e il debito pubblico sono i veri nodi della trattativa con l’Europa

Simone Casavecchia

18 Febbraio 2015 - 09:29

Il surplus primario e i vincoli di bilancio sono il reale fronte su cui si stanno scontrando Grecia e Europa, il punto della trattativa che segna il confine tra l’austerità e il nuovo corso ellenico.

Grecia: ecco perché il PIL e il debito pubblico sono i veri nodi della trattativa con l’Europa

Dopo l’interruzione della trattativa con l’Eurogruppo avvenuta nella giornata di lunedì, le trattative tra Grecia e UE sono proseguite su altri tavoli anche nella giornata di ieri. Nella giornata di lunedì sono stati molti gli avvenimenti che hanno segnato le distanze tra Grecia e Eurogruppo: un primo episodio, tutt’altro che nitido, è la bozza di accordo su cui si sarebbero accordati il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis e il vice presidente della Commissione Europea Pierre Moscovici, una bozza che la delegazione greca avrebbe accettato subito e che sarebbe stata altrettanto rapidamente scartata dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem.

Al di là delle voci di corridoio, c’è poi il reale stato a cui sono approdati i negoziati. Il dialogo con l’Eurogruppo si è interrotto su una bozza di accordo in cui i Paesi dell’Unione proponevano ad Atene l’estensione per altri sei mesi del piano di salvataggio imposto dalla Troika, con alcune lievi concessioni in termini di stabilità ma con vincoli ancora in essere sia riguardo alle scelte di politica economica che riguardo agli obiettivi di bilancio.

Questa proposta dell’Eurogruppo è stata corredata anche da un termine di scadenza: il presidente Jeroen Dijsselbloem ha, infatti, affermato che entro domani e prima della ripresa dei negoziati con l’Eurogruppo (nella giornata di venerdì) il Governo greco deve dare una risposta.

Le trattative proseguiranno oggi su quello che la Grecia chiama accordo di finanziamento, un accordo che, al di là delle differenze semantiche, non coinciderebbe con il programma di aggiustamento di cui si è discusso sul tavolo dell’Eurogruppo.

Per la Grecia è, infatti, di primaria importanza chiedere e, soprattutto, ottenere un’estensione di sei mesi dell’accordo sul prestito ma sono le condizioni a cui i nuovi prestiti verrebbero concessi, a fare la differenza tra l’accordo a cui punta Syriza e il piano di salvataggio che l’UE vorrebbe prorogare.

La proposta europea è chiara: finanziamenti in cambio di una proroga dell’austerità e del mantenimento in vigore di misure estremamente impopolari in politica economica.

Tsipras, che sul piano politico deve anche onorare le promesse fatte in campagna elettorale e e dovrà tornare ad Atene, alla fine delle trattative, con un risultato da vantare di fronte al suo elettorato, vorrebbe, invece, che fossero proprio le condizioni a cui i nuovi prestiti saranno concessi ad essere riviste.

Atene vorrebbe ottenere nuovi finanziamenti in cambio della promessa di una crescita economica da realizzare nel medio termine. Ciò implicherebbe una riduzione del surplus primario dal 4,5% all’1,5%. E’ il punto su cui la contesa si fa più accesa, dal momento che questo è un vincolo di bilancio irrinunciabile per l’Eurozona mentre per Tsipras sarebbe proprio la rinuncia al raggiungimento di questo paramentro a consentire di liberare risorse non solo per allentare la stretta dell’austerità sulla popolazione greca ma anche per varare nuove riforme a favore delle classi della popolazione greca maggiormente colpite dalla recessione: riforme quali l’elettricità gratuita, i buoni pasto per le famiglie bisognose e il ripristino della 13° mensilità per le pensioni minime.

Il secondo punto il cui l’accordo ponte avanzato dall’Esecutivo greco si differenzia dal piano di aggiustamento proposto dall’Eurogruppo sono le riforme del mercato del lavoro. Syriza vorrebbe, infatti, cancellare le misure messe in atto dall’FMI negli ultimi cinque anni (riduzione del salario minimo, fine della contrattazione collettiva, licenziamento di massa dei dipendenti pubblici in esubero) per elevare il salario minimo a 760 euro, ripristinare la contrattazione collettiva e riassumere i dipendenti statali licenziati illettimamente. Dietro a queste posizioni diametralmente opposte risiede, infatti, una differente prospettiva di politica economica, Tsipras vorrebbe rilanciare la domanda e stimolare la crescita attraverso un aumento dei consumi mentre l’FMI ha da sempre puntato a riforme che portassero a una crescita dell’offerta di lavoro.

Ultimo nodo sono le privatizzazioni, avviate dal programma di salvataggio della Troika e che Syriza vuole annullare, evitando la vendita del 67% della principale società di produzione dell’energia elettrica, della Hellenic Petroleum, la maggiore raffineria del Paese e l’immissione sul mercato dell’agenzia del Porto del Pireo e di Salonicco. Tsipras vorrebbbe evitare le privatizzazioni delle maggiori società pubbliche ottenendo nuove risorse dalla lotta all’evasione fiscale, e dall’apertura di mercati monopolistici ma si tratta di riforme di lungo periodo e dai risultati incerti.

Il nodo del surplus primario rimane, tra i tre fronti di trattativa, quello più importante, proprio perciò Tsipras avrebbe già posto in campo ieri un’importante distinzione tra il programma di salvataggio e l’emissione del debito greco. Occorrerà ora capire quali saranno i margini su cui l’Europa si mostrerà disposta a trattare per evitare un’uscita della Grecia dall’Euro che viene data sempre come maggiormente probabile dagli operatori finanziari.