Gas in rubli, Draghi grida alla violazione contrattuale. Non aveva tante alternative?

Mauro Bottarelli

24 Marzo 2022 - 20:36

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Al netto dei proclami, l’Ue non supera i veti interni per le sanzioni energetiche. E se l’addio dell’inviato sul clima (di un Paese che vive di fonti fossili) diventa notizia, conviene preoccuparsi

Gas in rubli, Draghi grida alla violazione contrattuale. Non aveva tante alternative?

È fondamentalmente una violazione contrattuale, questo è bene capirlo: i contratti sono considerati violati se questa clausola viene applicata dalla Russia. Così parlò Mario Draghi prima dell’avvio del Consiglio Ue. Di fatto, toni e concetti che paiono tradire una certa preoccupazione, al netto dei dotti e sarcastici ridimensionamenti rispetto alla decisione del Cremlino di bandire i pagamenti in euro e dollari per il proprio gas naturale.

Eppure, fino a pochi giorni fa il governo italiano sembrava a un passo dalla proclamazione dell’indipendenza energetica dalla Russia. Il ministro Di Maio aveva viaggiato come un globetrotter e lo stesso Presidente del Consiglio si era speso in prima persona al fine di trovare alternative immediate e credibili all’energia del nemico. A quanto pare, la fine del 2022 non è più orizzonte temporale credibile. Tanto più che gli stessi tecnici dell’Ue, alla vigilia del vertice, hanno raffreddato gli entusiasmi: prima di tre anni, l’Europa si scordi di poter fare a meno di Mosca. Non a caso, quando ancora la scena era occupata dal vertice Nato che annunciava aumento delle spedizioni di armi all’Ucraina e rafforzamento dei contingenti a Est, al no dell’Ungheria per sanzioni che contemplino il comparto energetico si era unito quello di Olanda e Belgio.

Difficile spaventare il Cremlino, quantomeno partendo da questi presupposti. Ma che la situazione stia precipitando verso un sempre più pericoloso gioco di ruolo lo conferma anche altro. Nella fattispecie, il ricorso quasi collettivo della stampa a uno dei cavalli di battaglia della Russia stessa: la disinformazione. La grancassa del giorno era infatti quella in base alla quale il Cremlino starebbe perdendo pezzi da novanta, sintomo di una rivolta interna contro lo Zar destinata a creare i prodromi del golpe per rovesciarlo. Al centro dell’elucubrazione Anatoly Chubais ed Elvira Nabiullina, rispettivamente ormai ex inviato speciale del Cremlino per la questione climatica e numero uno della Banca centrale. Il primo, in effetti, si è dimesso e avrebbe già lasciato la Russia, in aperto contrasto con l’operazione militare in Ucraina.

Certo, Anatoly Chubais è l’ex premier. Ma fino a ieri rappresentava un Paese che vive di esportazione di fonti fossili al tavolo della transizione energetica: praticamente, il suo peso nell’organigramma di potere del Cremlino era pari a quello di un vegano in una macelleria. Di colpo, invece, la sua tessera politica era quella in grado di far precipitare l’intera piramide putiniano. Ancora più interessante la questione relativa alla direttrice della Banca centrale, stando ai titoli di giornale anch’essa rosa dalle questioni morali e di coscienza e dimessasi. Non solo è rimasta al suo posto ma l’unico no che avrebbe detto al Cremlino era quello rispetto alla sua volontà di restare per un terzo mandato, propostogli da Vladimir Putin prima ancora delle sanzioni occidentali. Apparentemente, diniego rientrato. Forse non tutte le donne in posizioni apicali sono da applaudire di default, quindi. Soprattutto se russe e addirittura così sfrontate da non aver mai creduto alla transitorietà dell’inflazione, tanto da aver cominciato ad alzare i tassi lo scorso autunno.

E questo grafico

Andamento dell'indicatore delle condizioni finanziarie in Russia Andamento dell’indicatore delle condizioni finanziarie in Russia Fonte: Goldman Sachs

mostra il perché Vladimir Putin intenda tenersi stretta Elvira Nabiullina. Se infatti l’intenzione occidentale era quella di scatenare una recessione interna attraverso il processo sanzionatorio, occorre prendere atto che nell’ultima settimana le condizioni finanziarie della Russia siano decisamente migliorate. Esattamente come il cross del rublo, l’ipotesi di default sulle scadenze obbligazionarie, il valore del credit default swaps a 1 anno e il mercato azionario. Il quale oggi ha riaperto i battenti dopo lo stop del 28 febbraio. In contrattazione c’erano i 33 titoli più liquidi, fra cui big come Gazprom e Sberbank e proprio la Bank of Russia aveva imposto un bando sullo short selling e restrizioni drastiche per i traders stranieri intenzionati a chiudere le loro posizioni.

Inoltre, il +4,5% finale del MOEX è stato garantito da un volume di contrattazione doppio rispetto al solito (130 milioni di titoli scambiati contro la media di 73,5 dei 12 mesi precedenti alla crisi ucraina) e dall’intervento del Fondo sovrano che ha acquistato equities per 10 miliardi di dollari di controvalore. E come mai la stampa, la stessa che ha trasformato Anatoly Chubais nel Nelson Mandela del Volga, non ha denunciato questa palese manipolazione del mercato? Forse perché è esattamente ciò che fanno a Wall Street quando gli indici crollano, ovvero far scendere in campo il Plunge Protection Team?

Al netto di innocenti che muoiono e scappano, questa guerra ha un unico comun denominatore. l’ipocrisia. Come spiegare altrimenti il trend presentato da questo grafico,

Andamento del Risk Appetite Indicator (RAI) Andamento del Risk Appetite Indicator (RAI) Fonte: Goldman Sachs

il quale ci mostra come il Risk Appetite Indicator di Goldman Sachs sia appena rientrato in territorio neutrale, dopo il tonfo delle ultime settimane? Semplice: tutti in posizione sui nastri di partenza per il prossimo round di Qe e il prossimo ciclo di taglio dei tassi, visto che ci sarà una recessione bellica ed energetica a cui fare fronte a livello globale. Senza poter contare su quel premio Nobel di Anatoly Chubais, oltretutto...

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