Fintech: bolla pronta a scoppiare?

Gli investimenti e le valutazioni delle società tecnofinanziarie schizzano alle stelle, ma alcuni elementi fanno temere: il fintech è una bolla che sta per scoppiare?

Fintech: bolla pronta a scoppiare?

Il Fintech va alla grande. Non passa giorno che una nuova challenger bank o un’app finanziaria non faccia parlare di sé per qualche funzionalità rivoluzionaria o un round di investimento milionario.

Non stupisce che il capitale si stia riversando nel settore: l’anno scorso gli investimenti VC nella tecnofinanza sono più che raddoppiati e hanno raggiunto livelli record, superando i 55 miliardi di dollari nel mondo secondo i dati Accenture.

Vengono sollevati dubbi, tuttavia, sul fatto che questa fintech mania sia un’altra impresa donchisciottesca che brucia investimenti senza generare grandi profitti in cambio. L’entusiasmo eccessivamente zelante nel finanziare queste imprese è infatti molto interessante poiché le challenger bank e le piattaforme innovative non vantano ancora un modello redditizio tale da permettere loro di sostenersi senza finanziamenti da parte degli investitori.

Ecco che da qualche tempo ci si chiede: il fintech non sarà mica una nuova bolla pronta a scoppiare?

Perché si parla di bolla fintech

Alcune delle startup bancarie più ambiziose, come la tedesca N26 e la britannica Revolut, mirano a essere una sorta di Amazon per la finanza, brand “ombrello” che offrono di tutto, dai conti correnti e la polizza assicurativa agli investimenti. Queste banche digitali stanno raccogliendo un numero sempre maggiore di clienti: solo in Europa hanno conquistato 13 milioni di utenti nell’ultimo anno, secondo Accenture.

Le crisi recenti di alcuni unicorni come Uber e WeWork (o ancora le gravi perdite delle neobank Atom e Curve, che a luglio hanno perso rispettivamente 80 milioni e 10,6 milioni), hanno tuttavia dimostrato che una rapida crescita anche in termini di valutazione è tutt’altro che un segno positivo.

Ad accrescere preoccupazione si aggiungono i commenti di Maximilian Tayenthal, co-fondatore della stessa N26: “Onestamente la redditività non è una delle nostre metriche principali”, ha detto al Financial Times. “Non è questo il nostro obiettivo per gli anni a venire”. Parole giunte poco dopo che N26 ha ricevuto un’estensione di finanziamento di 170 milioni nel capitale di rischio, portando la valutazione della società a 3,5 miliardi di dollari.

Questo disinteresse verso la componente della redditività, comune alle aziende unicorno, ha portato molti a pensare che intorno al fintech si stia formando una bolla.

Una bolla causata anche dalla riduzione dei tassi di interesse da parte delle banche centrali. La propensione al rischio da parte dei risparmiatori è cambiata a causa dei bassi rendimenti, il che ha portato molte società di private equity a distribuire il denaro per aumentare i rendimenti di quelli che un tempo erano normali risparmiatori.

18 delle maggiori fintech europee sono valutate oltre 1 miliardo e là fuori c’è la fila di investitori pronti a nuove iniezioni di capitale. Ma per quanto tempo ancora saranno disposti a finanziare una crescita non redditizia su così vasta scala? In caso di recessione cosa accadrà?

Parte dei timori derivano dal fatto che le fintech guadagnano in modi insoliti e innovativi (sfruttando i dati, per esempio) piuttosto che con metodi tradizionali di monetizzazione.

È vero che il fintech è qui per innovare, sfidare lo status quo e semplificare la vita degli utenti, ma allo stesso tempo le fonti di entrate tradizionali saranno ancora cruciali. Queste preoccupazioni presuppongono che nel prossimo futuro ci sarà una recessione che potrebbe far scoppiare la bolla fintech.

Una recessione positiva

Tuttavia una recessione nel settore potrebbe essere positiva: consoliderebbe il mercato e garantirebbe la migliore ascesa verso l’alto. In quel caso sapremo quali fintech sono veramente innovative e quali gettano solo fumo negli occhi.

Quando si esauriranno i capitali di rischio, questa sarà la cartina tornasole per stabilire se i giovani player sono davvero in grado di sfidare le banche non solo in termini di user experience e servizi, ma nell’essenza di una realtà aziendale solida.

Sarà molto interessante vedere se tra qualche anno la tecnologia all’avanguardia promossa dalle startup sosterrà il futuro del settore sei servizi finanziari o se quando i VC chiuderanno i rubinetti torneremo tutti a usare la “cara vecchia” banca tradizionale.

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