Etano nel mirino: la guerra commerciale USA-Cina rischia di colpire l’energia americana più di Pechino

Redazione Money Premium

21 Giugno 2025 - 07:39

La stretta sulle esportazioni USA di etano e butano verso la Cina potrebbe rivelarsi un boomerang per l’industria energetica statunitense, frenando lo slancio del settore degli idrocarburi.

Etano nel mirino: la guerra commerciale USA-Cina rischia di colpire l’energia americana più di Pechino

Nel pieno della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, l’amministrazione Trump ha compiuto un nuovo passo che rischia di rivelarsi un colpo al cuore per l’industria energetica americana. A fine maggio, Enterprise Products Partners – uno dei principali operatori statunitensi di terminali marittimi per l’esportazione di gas naturale liquido – ha ricevuto una notifica dal Dipartimento del Commercio: per continuare a esportare etano e butano verso la Cina, sarà ora necessaria una licenza speciale, motivata dal rischio che tali prodotti possano essere utilizzati per scopi militari.

La decisione, che si inserisce in una lunga serie di restrizioni commerciali imposte a Pechino, solleva interrogativi sulla reale efficacia di una misura che appare più simbolica che strategica. Secondo numerosi analisti del settore energetico, infatti, questa mossa potrebbe causare danni maggiori agli Stati Uniti che alla Cina, colpendo duramente il settore dell’energia e il comparto del petrolio e gas.

Negli ultimi dieci anni, la produzione di etano negli Stati Uniti è cresciuta in modo esponenziale, passando da circa 217.000 barili al giorno nel 2014 a 2,83 milioni nel 2024. Questo incremento è dovuto principalmente all’espansione della produzione di shale gas, in particolare nei bacini onshore del Texas e della Pennsylvania.

A differenza di altri idrocarburi, l’etano non viene utilizzato direttamente come combustibile, ma è un elemento chiave nella produzione di etilene, la molecola base per la realizzazione di materie plastiche, imballaggi, tessuti sintetici e componenti elettronici. Si tratta quindi di un elemento cruciale della catena del valore del comparto petrolchimico, e una materia prima molto richiesta nel mercato globale, in particolare da parte della Cina.

Nel 2024, circa il 46% delle esportazioni totali di etano dagli Stati Uniti è stato assorbito dalla Cina. Secondo i dati dell’Energy Information Administration (EIA), gli Stati Uniti sono l’unico esportatore significativo di etano a livello mondiale, e la Cina è l’unico mercato in grado di assorbirne volumi così elevati: circa 261.000 barili al giorno.

Questa interdipendenza ha portato Pechino a esentare l’etano dalle contromisure tariffarie (125%) imposte agli Stati Uniti, proprio per tutelare il proprio settore petrolchimico, che negli ultimi anni ha registrato tassi di crescita record. Secondo l’Oxford Institute for Energy Studies, la capacità cinese di produzione di etilene passerà da 55 milioni di tonnellate nel 2024 a circa 80 milioni nel 2028, coprendo metà della nuova capacità globale prevista.

Se da un lato Pechino dovrà affrontare un aumento dei costi – dovuto alla necessità di sostituire l’etano statunitense con la più costosa nafta o di approvvigionarsi da piccoli fornitori alternativi – dall’altro, le conseguenze più gravi potrebbero ricadere proprio sugli Stati Uniti.

Il settore del gas naturale potrebbe subire contraccolpi rilevanti. L’impossibilità di esportare etano in grandi quantità rischia di creare un eccesso di offerta interna, con l’accumulo di scorte e una conseguente diminuzione dei margini per i produttori. Questo potrebbe portare a una riduzione dell’attività di estrazione nei bacini di shale gas, danneggiando anche la filiera del GNL (gas naturale liquefatto), un comparto in piena espansione e tra i più competitivi a livello globale.

Inoltre, la sovrabbondanza di etano nel mix di produzione del gas potrebbe aumentare i costi di trattamento e raffreddamento per i terminali di GNL, compromettendo la competitività delle esportazioni statunitensi anche verso altri mercati chiave, come Europa e Asia meridionale.

Sebbene Paesi come India e Thailandia stiano emergendo come potenziali nuovi acquirenti di etano, il passaggio non sarà immediato. Le infrastrutture necessarie – come terminali di importazione e navi etanifere – richiedono anni per essere progettate, finanziate e costruite. Nel frattempo, il sistema produttivo americano si troverà a fare i conti con un mercato improvvisamente limitato e meno remunerativo.

Il paradosso è evidente: la misura voluta dall’amministrazione Trump – ufficialmente per evitare che la Cina usi l’etano e il butano in ambito militare – non include alcuna restrizione per il polietilene, materiale finale derivato proprio dall’etano. Ciò rende la misura poco efficace sotto il profilo strategico, ma potenzialmente disastrosa sul piano economico.

La Cina, forte di una base produttiva già ampiamente orientata alla nafta, può assorbire il colpo senza rallentare significativamente il suo sviluppo. Gli Stati Uniti, invece, rischiano di compromettere uno dei segmenti industriali più dinamici e redditizi degli ultimi anni.

Nel tentativo di colpire la crescita cinese, gli Stati Uniti sembrano aver messo in difficoltà una delle proprie industrie più promettenti. La politica dei dazi e delle restrizioni, se non coordinata con una strategia industriale di lungo periodo, rischia di tradursi in un danno autoinflitto.