Ikea taglia 850 posti di lavoro. Domanda in calo, pesano guerra e dazi

Redazione Imprese

18 Maggio 2026 - 11:57

Il gruppo Inter IKEA accelera il piano di riduzione dei costi dopo due anni di vendite in calo. Nel mirino anche la riorganizzazione dei negozi e l’impatto del conflitto in Iran sui consumi.

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Ikea si prepara a una nuova ondata di tagli occupazionali. Inter IKEA, la società che controlla il marchio e coordina la catena di approvvigionamento globale del colosso svedese dell’arredamento, ha annunciato il taglio di 850 posti di lavoro a livello internazionale. La decisione arriva in un contesto di domanda debole, aumento dei costi e consumatori sempre più cauti nelle spese non essenziali.

La riduzione dell’organico riguarda circa il 3% dei 27.500 dipendenti di Inter IKEA e coinvolgerà anche la Svezia, dove saranno eliminati circa 300 posti presso Almhult, città simbolo del gruppo e sede storica fondata nel 1943. L’obiettivo è alleggerire la struttura dei costi per poter continuare a mantenere bassi i prezzi dei prodotti, elemento centrale della strategia commerciale del brand.

Perché Inter Ikea taglia 850 posti di lavoro

Negli ultimi due anni Ikea ha registrato una flessione delle vendite, in linea con il rallentamento dei consumi che sta colpendo diversi settori legati alla casa e all’arredamento. A incidere sono l’inflazione, il rincaro dell’energia e il clima di incertezza economica internazionale.

Henrik Elm, Chief Financial Officer di Inter IKEA, ha spiegato che il gruppo sta cercando di diventare più rapido ed efficiente: “Dobbiamo diventare più rapidi, snellire i processi decisionali e concentrare i nostri sforzi su queste priorità”.

Secondo il manager, il peggioramento della fiducia dei consumatori si è intensificato con l’escalation del conflitto in Iran, che ha contribuito all’aumento dei prezzi del carburante e a una maggiore pressione sui bilanci familiari. In questo scenario, molte famiglie rinviano acquisti considerati non indispensabili, come nuovi mobili o lavori di ristrutturazione domestica.

In periodi in cui la fiducia dei consumatori è fortemente colpita, il reddito disponibile diminuisce drasticamente per molti, specialmente per il target di clientela a cui ci rivolgiamo”, ha dichiarato Elm.

Le pressioni dei Dazi USA

Oltre al rallentamento della domanda, Inter IKEA deve fare i conti con l’aumento dei costi operativi e con l’impatto dei dazi statunitensi sulle merci importate. Il gruppo gestisce gli acquisti dei prodotti Ikea da fabbriche distribuite in tutto il mondo e rifornisce 13 franchisee che operano i punti vendita del marchio nei vari Paesi.

Negli ultimi mesi il colosso svedese ha avviato una profonda revisione interna per recuperare efficienza e difendere la competitività dei prezzi. Una strategia che passa inevitabilmente anche dalla riduzione delle spese amministrative e del personale.

Non è la prima sforbiciata annunciata dal gruppo. Già a marzo Ingka Group, il principale franchisee Ikea che controlla la maggior parte dei negozi nel mondo, aveva comunicato il taglio di circa 800 posizioni amministrative.

Il nuovo modello di Ikea contribuirà alla ripresa?

Parallelamente ai tagli, Ikea sta modificando il proprio modello di business. Il gruppo punta sempre meno sui tradizionali grandi punti vendita situati nelle periferie e sempre più su negozi di dimensioni ridotte nei centri urbani.

L’obiettivo è intercettare nuovi flussi di clientela e adattarsi alle abitudini di consumo cambiate dopo gli anni della pandemia e della crescita dell’e-commerce. I piccoli store cittadini consentono infatti una maggiore vicinanza ai consumatori e una gestione più flessibile degli spazi.

La trasformazione, però, arriva in una fase complessa per il mercato globale dell’arredamento, dove il rallentamento economico sta mettendo sotto pressione anche i grandi gruppi internazionali. Per Ikea la sfida sarà mantenere la promessa di accessibilità dei prezzi senza compromettere redditività e occupazione.

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