Elezioni USA e referendum, Velardi: “Vero cambiamento in Italia è rappresentato dal Sì”

Secondo Claudio Velardi l’elezione di Donald Trump non inciderà sui rapporti tra Italia e USA. E l’accordo sull’Italicum nel Pd sarà ininfluente ai fini del referendum.

Il popolo americano ha eletto il suo nuovo presidente e il pensiero di molti italiani corre ad un altro appuntamento elettorale, che questa volta ci riguarda direttamente: il referendum costituzionale del 4 dicembre.

Cambierà il rapporto tra Italia e USA dopo il trionfo di Donald Trump su Hillary Clinton? Esistono delle analogie tra il voto statunitense e la consultazione referendaria sul ddl Renzi-Boschi?

Lo abbiamo chiesto a Claudio Velardi, giornalista, docente di lobbying e comunicazione politica presso la LUISS, nonché capo dello staff, tra il 1998 e il 2000, dell’allora premier Massimo D’Alema.

Matteo Renzi è stato l’unico leader europeo a dare pubblicamente il suo sostegno alla Clinton. Secondo lei è stato un errore? Con Trump presidente cambieranno i rapporti tra Italia e USA?

“Era normale che ci fosse questo sostegno del leader del Partito democratico in Italia, il quale ha avuto anche un rapporto molto stretto con la precedente amministrazione USA e con Obama. Comunque, con l’elezione di Trump non cambierà nulla nei rapporti tra Italia e USA. Poi bisognerà vedere quanto Trump effettivamente cambierà della politica americana. Io ritengo - e si è già visto dalle sue prime dichiarazioni - che i cambiamenti saranno molto più morbidi e avranno dei tempi più sfumati rispetto a quello che si poteva immaginare nella campagna elettorale. Ad ogni modo i rapporti con l’Italia sono stretti e rimarranno stretti”.

Qualcuno ha messo in relazione il voto USA con il prossimo referendum costituzionale italiano. Quali analogie vede?

“Se il tema è il cambiamento - mettiamola in maniera piuttosto generica - il cambiamento nel referendum costituzionale italiano è rappresentato dal Sì. Lo dico oggettivamente. Il No non è un cambiamento. Non sto associando meccanicamente il cambiamento in America al Sì al referendum costituzionale, anche perché l’ondata populista in Italia non si rivolge a Renzi ma altrove. Ma nel caso del voto referendario, questa contraddizione tra un cambiamento che si realizza su scala americana e la funzione oggettivamente conservatrice che svolgono i populisti italiani in questo referendum può creare dei problemi al fronte del No. Per lo meno a quella parte del fronte del No che si riconosce nel populismo di casa nostra”.

Come giudica l’accordo sull’Italicum all’interno del Pd in vista del referendum?

“Lo giudico praticamente ininfluente ai fini del referendum. E’ una questione che riguarda più gli apparati politici, le schermaglie interne al partito, che non l’elettorato o l’andamento del voto. Saranno pochissimi gli italiani che andranno a votare Sì o No in ragione dell’accordo fatto o non fatto sull’Italicum”.

Pensa che Pier Luigi Bersani sia destinato a uscire dal Pd?

“Dipende molto dal risultato del referendum. Non nel senso in cui solitamente si pensa, perché in realtà se vince il Sì Renzi tenderà a tenerlo dentro al Pd, adottando una strategia inclusiva. Se vince il Sì il premier sarà padrone della scena e non avrà alcun bisogno di tenerli fuori. Se vince il No, anche in questo caso non penso che Bersani uscirà. Ma poi perché dovrebbe uscire? Per dar vita a una piccola formazione di sinistra per andare a prendere il 5% dei voti? Meglio contare un po’ di più facendo la minoranza del Pd e a quel punto prendere un po’ di parlamentari approfittando delle dinamiche interne”.

Cuperlo ha definitivamente scalzato Bersani come interlocutore tra minoranza e maggioranza dem?

“Cuperlo è stato intelligente. Ha giocato bene il suo ruolo e adesso si può accreditare come leader della sinistra Pd. Però deve esercitare questo ruolo, non può più temporeggiare”.

Secondo il Wall Street Journal, Renzi dovrebbe dimettersi a prescindere dal risultato del referendum. Cosa ne pensa?

“Se dovesse vincere il No è fuori discussione che Renzi un’ora dopo si dimette, secondo la mia opinione. Se vince il Sì penso che punterà a concludere la legislatura nel 2018 e andare alle elezioni alla scadenza naturale”.

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