Tra i benefici di cui sta già godendo l’eurozona per effetto del quantitative easing non ci sono solo le esportazioni in crescita ma anche una tendenza sempre più diffusa al carry trade sull’euro.
Con l’avvio del Quantitative easing e con la concomitante crisi greca l’euro ha subito un decisivo indebolimento sul dollaro (EUR/USD a 1.132585 con variazione dello 0,00% - rilevazione delle 8.42) che ha prodotto molteplici effetti positivi. Il più lampante è di certo la crescita delle esportazioni, come ben dimostra il recente dato relativo alla bilancia commerciale tedesca, ma ve ne sono anche altri da non sottovalutare.
Accanto all’abbassamento dei tassi d’interessi praticati nell’eurozona acquista sempre più consistenza il fenomeno del carry trade sull’euro. Questa pratica finanziaria fa sì che un investitore prenda in prestito capitali stranieri in una valuta debole e investa quegli stessi capitali in valuta estera o in prodotti finanziari progettati per altre valute che gli consentono di ottenere un rendimento maggiore del costo del finanziamento. Alla fine dell’operazione la differenza tra i rendimenti ottenuti e il costo del finanziamento costituisce il guadagno netto dell’investitore.
Si tratta di una pratica finanziaria ampiamente utilizzata già in passato, quando gli investitori contraevano generalmente prestiti in yen e in dollari e investivano soprattutto in beni o in prodotti finanziari dei Paesi Emergenti, quali il Brasile, l’Australia e la Nuova Zelanda.
Al momento attuale potrebbe determinarsi una situazione in cui i prestiti vengono contratti in euro, mentre gli investimenti maggiori potrebbero avvenire in territorio statunitense. Ne sono sicuri gli operatori finanziari intervenuti al XXI Congresso Assiom Forex che hanno già rilevato una tendenza di questo tipo, per i mesi di Dicembre e Gennaio. Una tendenza che potrebbe ingenerare un circolo virtuoso e andare a crescere nei prossimi mesi se fosse sostenuta da chiari segnali della FED riguardo ai tassi. In altri termini, se la FED decidesse di alzare i tassi, come ha già largamente previsto, il fenomeno del carry trade si allargherebbe e avrebbe tra i suoi effetti, non anche un ulteriore rialzo del dollaro rispetto al livello attuale (dal momento che la domanda di prodotti finanziari americani crescerebbe).
Attualmente gli investimenti preferiti da chi pratica lo strumento del carry trade rimangono le valute emergenti sebbene, al fine di evitare rischi consistente, una cospicua parte degli investitori si stia orientando sulle commodity currencies ovvero su valute «intermedie» che pur garantendo rendimenti maggiori di quelli ottenibili in area euro, consentono un guadagno minore rispetto alle valute di Paesi emergenti.
Anche alla luce di quanto avvenuto lo scorso anno (si pensi al rublo, ad esempio), variazioni consistenti e improvvise nel cambio di una moneta costituiscono ancora un fattore di freno nella pratica del carry trade su ampia scala. Come ha spiegato Matteo Paganini, chief analyst di FXCM, uno dei requisiti principali delle valute utilizzate nel carry trade è la stabilità del cambio
«Di fronte alla guerra valutaria cui stiamo assistendo con le più importanti banche centrali che ricercano in modo più o meno velato la svalutazione delle proprie divise, il sentiment di medio periodo degli investitori non è ancora indirizzato verso la sostenibilità di strategie di carry trading, per cui riteniamo che tale fenomeno si debba rimandare ancora per parecchi mesi nel tempo»
In tempo di crisi, gli effetti più temuti dagli investitori sono le virate improvvise dei tassi di cambio: come ha dimostrato il 2007, anno in cui è cominciata la crisi, il crollo dei rendimenti dei titoli esteri ha innescato un circolo vizioso in cui gli investitori si sono affrettati a vendere i titoli precedentemente acquistati per ripagare i debiti contratti in yen (una moneta soggetta a strategie di svalutazione ultraventennali): cià ha determinato, accanto al rafforzamento dello yen, una spirale al ribasso determinata dalla vendita dei titoli esteri che ha contribuito alla debolezza dei mercati finanziari, oltre a determinare il fallimento di molti investitori.
Certo, al momento attuale questo rischio è molto meno probabile rispetto al passato, dal momento che, almeno in area euro, i tassi d’interesse sono sotto lo stretto controllo della BCE che, anche qualora ne decidesse il rialzo, lo applicherebbe di certo in maniera molto graduale, concedendo così a investitori che hanno contratto prestiti in euro di uscire dal gioco senza farsi troppo male.
Quel che è certo, secondo gli operatori finanziari, è che lo scenario europeo attuale assomiglia molto a quello giapponese del 2001, dove a una forte immissione di liquidità corrisposero un rafforzamento del dollaro sullo yen, l’acquisto di ingenti quantità di oro come bene rifugio e, chiaramente, la contrazione di molteplici prestiti in yen che vennero reinvestiti in territorio americano, consentendo, almeno fino al 2007 (anno dell’inizio della crisi) ingenti rendimenti in eccesso per gli investitori.
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