È stata una grande fuga dal lavoro?
Non proprio: piuttosto un momento per ripensare alle proprie possibilità ed eventualmente rimettersi in gioco, lasciando l’impiego avendone già disponibile un altro. Mentre negli Stati Uniti si è affermata la cosiddetta Great Resignation, ossia l’improvvisa ondata di dimissioni iniziata nel 2021 nel pieno della pandemia, anche in Italia il mercato del lavoro è entrato in una fase caratterizzata da una certa vivacità. In realtà, negli Usa le dimensioni reali del fenomeno sono ancora oggetto di dibattito, tra chi ne contesta la portata “record” e chi tende a ridimensionarlo.
Quel che è certo è che in Italia tra il 2021 e il 2022 lasciare il proprio lavoro è diventato sempre più frequente, mentre oggi il picco delle dimissioni sembra ormai alle spalle.
Lockdown e restrizioni hanno rappresentato per molte persone uno spartiacque e un momento di svolta nel proprio percorso lavorativo. In breve, un’occasione per cambiare e ricominciare da zero (o quasi) con una nuova occupazione, magari anche da remoto e in chiave digitale. Per questo è più corretto parlare di grande “reshuffle”, ossia di un ampio “rimescolamento” nel mercato: una particolare mobilità lavorativa che in Italia è stata testimoniata soprattutto dall’aumento delle dimissioni relative ai contratti a tempo indeterminato registrato negli ultimi anni.
Secondo l’ultimo Rapporto annuale Inps, nel 2023 sono state quasi 7,7 milioni le cessazioni di rapporti di lavoro dipendente privato (esclusi gli operai agricoli e i lavoratori domestici). Di queste, oltre il 27% e quindi ampiamente più di una su quattro, è consistito in dimissioni, in netta crescita rispetto al pre-pandemia.
Erano state 941 mila le persone che Italia hanno lasciato un posto a tempo indeterminato nel 2019, passate poi ad appena 834 mila nel 2020, anno caratterizzato da una forte incertezza. Ma poi sono tornate a crescere nel 2021, con oltre un milione di cessazioni da contratti a tempo indeterminato e soprattutto nel 2022, con il record recente di quasi 1,2 milioni.
Nel 2023, con 1,1 milioni dimissioni, si è assisto a un (leggero) calo, che ora potrebbe essere letto come un esaurimento della tendenza rilevata negli ultimi anni. In ogni caso, il confronto tra il 2023 e il 2019 è eloquente: in questo periodo le dimissioni da contratti a tempo indeterminato sono cresciute del 25%. Prima della pandemia le dimissioni annue rimanevano ampiamente sotto quota un milione, mentre oggi la superano.
A far pensare è anche l’aumento del “peso” delle dimissioni sul totale delle interruzioni dei rapporti di lavoro. Nel 2019 le dimissioni avevano infatti rappresentato il 53% dei motivi di cessazione dei contratti a tempo indeterminato, mentre nel 2023 la loro incidenza è salita a quasi il 65%. Insomma, mentre i licenziamenti e le risoluzioni consensuali risultano in calo, si è assistito in parallelo a un chiaro incremento delle interruzioni volontarie del rapporto da parte dei lavoratori. Secondo una ricerca della Cisl condotta nel 2023, circa il 60% dei lavoratori che si è dimesso tra 2021 e 2022 lo ha fatto avendo già la prospettiva di un nuovo impiego, mentre per il 40% si è trattato a tutti gli effetti di un salto nel buio senza avere un piano preciso.