Crisi energia in Europa, cosa succede a inflazione e tassi secondo Goldman Sachs?

Sergio Giraldo

27/03/2026

Tagli alle tasse e price cap riducono inflazione e tassi, i trasferimenti li aumentano. La scelta fiscale guida tempi e intensità della stretta monetaria.

Crisi energia in Europa, cosa succede a inflazione e tassi secondo Goldman Sachs?

L’Europa torna a confrontarsi con un aumento dei prezzi dell’energia e la risposta dei governi riprende uno schema già sperimentato.

Tagli alle tasse, limiti ai prezzi dell’energia (qualcosa di simile al famigerato price cap di Draghiana memoria) e trasferimenti alle famiglie. Nel 2022 il sostegno pubblico ha raggiunto in diversi Paesi valori superiori al 3–4% del PIL, con un mix distribuito in modo abbastanza equilibrato tra aiuti diretti e misure di contenimento dei prezzi. Secondo l’Istituto Bruegel, il totale degli aiuti statali nell’UE fu alla fine tra gli 800 e i 1.000 miliardi di euro.

Anche oggi si osservano interventi simili, ad esempio in Spagna, che ha ridotto le imposte sull’energia e congelato il prezzo del gas per i consumatori, e in Italia, dove il governo è intervenuto sulle accise su benzina e diesel. Grecia e Croazia hanno combinato limiti agli aumenti con trasferimenti alle fasce più esposte economicamente.
L’effetto di queste scelte si riflette sull’andamento dell’inflazione e sulla risposta delle banche centrali. In assenza di interventi pubblici, infatti, uno shock energetico si trasmette rapidamente ai prezzi finali.

Goldman Sachs in un recente studio ha condotto alcune simulazioni, modellando una economia dove un aumento dei prezzi dell’energia per i consumatori intorno al 20% ha un impatto sull’inflazione di circa 2–2,5 punti percentuali. Senza interventi dello Stato, la contrazione del potere d’acquisto riduce l’attività economica, ma la dinamica dei prezzi resta dominante e i tassi vengono alzati fino a circa 1 punto percentuale sopra il livello di partenza.
Quando i governi sostengono i redditi con trasferimenti generalizzati, la dinamica dei prezzi energetici resta invariata, mentre la domanda interna viene sostenuta. Il risultato è un’inflazione leggermente più elevata rispetto allo scenario senza intervento. La risposta della banca centrale si fa più forte e il livello dei tassi può raggiungere 1,1–1,2 punti percentuali. Il sostegno alla domanda mantiene più elevata la pressione sui prezzi e richiede una stretta monetaria più marcata.

Un’impostazione diversa si osserva quando si interviene direttamente sui prezzi. Il taglio delle imposte riduce il costo dell’energia per i consumatori e abbassa il picco dell’aumento, che nel modello scende verso il 15%. La trasmissione all’inflazione si attenua e il picco inflattivo si colloca poco sopra i 2 punti percentuali. In questo contesto la banca centrale reagisce con maggiore gradualità e il rialzo dei tassi si ferma intorno a 0,8–0,9 punti percentuali.
L’effetto è ancora più evidente nel caso dei tetti ai prezzi. Il price cap (che viene finanziato dallo Stato) riduce il picco dei prezzi energetici intorno al 10% e limita ulteriormente la propagazione dell’aumento ai beni e servizi. La dinamica dell’inflazione risulta più contenuta e la risposta monetaria si riduce di conseguenza. I tassi crescono meno rispetto agli altri scenari. Questa configurazione ha però un profilo temporale diverso, poiché la discesa dell’inflazione è più graduale e la fase di tassi elevati si prolunga, con una normalizzazione più lenta. Inoltre, per lo Stato potrebbe trattarsi di un salasso molto maggiore che nelle altre ipotesi.

Nel confronto tra strumenti, infatti, il modello di Goldman Sachs mantiene costante il costo iniziale per isolare gli effetti, ma evidenzia che i price cap tendono a generare oneri più persistenti. Il disavanzo pubblico può aumentare fino a circa 0,5–0,6 punti di PIL nei primi anni e ridursi solo progressivamente. Il peso dell’intervento viene quindi distribuito nel tempo e dipende dall’andamento dei prezzi internazionali.

Anche la composizione dei trasferimenti incide in modo rilevante sui conti pubblici. Gli interventi mirati alle famiglie con maggiore propensione al consumo producono effetti simili sull’attività economica ma con un costo molto inferiore. Nel modello, i trasferimenti generalizzati portano il debito pubblico ad aumentare fino a circa 4,5–5 punti di PIL, mentre quelli mirati si collocano tra 1,5 e 2 punti. La risposta della banca centrale resta sostanzialmente invariata, perché il sostegno alla domanda si manifesta in entrambi i casi.

L’insieme dei risultati di questa interessante simulazione di Goldman Sachs mette in evidenza un passaggio chiaro. Gli strumenti che agiscono sui prezzi riducono il picco inflattivo e limitano l’ampiezza della stretta monetaria, mentre i trasferimenti sostengono la domanda e mantengono più elevata la pressione sui tassi. Le scelte di politica fiscale si riflettono quindi direttamente sulla traiettoria della politica monetaria e sui tempi del suo aggiustamento.