C’è chi sostiene che il comparto automotive europeo sia già entrato in una fase di crisi conclamata, e in parte i numeri sembrerebbero confermarlo.
C’è chi invece scommette che si tratti soltanto di una transizione dolorosa verso qualcosa di nuovo, ancora troppo presto per essere giudicata.
Nel frattempo per strada le auto nuove continuano ad aumentare di prezzo, e chi ha capito per tempo dove si nasconde davvero il rischio (e dove si nasconde l’opportunità) potrebbe avere già preso una posizione.
La radice cinese di una crisi che sembra europea
Per capire cosa starebbe realmente accadendo ai grandi marchi automobilistici del Vecchio Continente occorrerebbe partire da lontano, e più precisamente da oriente. La Cina non sarebbe più soltanto il più grande mercato di auto al mondo, ma sarebbe diventata anche il principale produttore globale di veicoli elettrici, con una quota che secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia si aggirerebbe attorno al 60% delle vendite mondiali di EV. Questo dominio industriale, unito a una sovraccapacità produttiva interna che il governo di Pechino starebbe cercando di scaricare sui mercati esteri, avrebbe generato quella che molti analisti definiscono una vera e propria guerra dei prezzi. Le case automobilistiche europee, già gravate da costi di produzione più alti, si sarebbero trovate a competere con veicoli cinesi venduti a cifre difficilmente sostenibili sul suolo comunitario.
Da qui la risposta politica dell’Unione Europea, che avrebbe introdotto dazi mirati sulle importazioni di veicoli elettrici prodotti in Cina. Una mossa difensiva che però, secondo alcuni osservatori, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: se da un lato proteggerebbe temporaneamente l’industria europea, dall’altro rischierebbe di rallentare ulteriormente l’accesso a tecnologie a basso costo, alimentando tensioni commerciali che potrebbero riflettersi anche sui listini di Piazza Affari e delle altre borse continentali.
La rivoluzione elettrica che (forse) non è mai davvero arrivata
Sulla carta, la transizione elettrica avrebbe dovuto essere inarrestabile. Secondo il Global EV Outlook dell’IEA, nel 2025 le vendite globali di veicoli elettrici sarebbero cresciute del 20%, superando i 20 milioni di unità, un quarto di tutte le nuove immatricolazioni mondiali, con l’Europa a segnare la crescita più marcata tra i grandi mercati, con un incremento delle vendite superiore al 30%.
Ma il quadro si complicherebbe se si guarda al 2026: secondo le proiezioni quest’anno le vendite globali di veicoli elettrici per passeggeri dovrebbero attestarsi attorno alle 24,3 milioni di unità, con una crescita del 12% contro il 23% dell’anno precedente, un rallentamento netto.
Questo rallentamento avrebbe già prodotto un fenomeno concreto: la marcia indietro. Diversi marchi che solo pochi anni fa avevano annunciato piani «all electric» entro il 2030 avrebbero rivisto le proprie ambizioni. Audi avrebbe rallentato la strategia che prevedeva il lancio di soli modelli elettrici dal 2026. Volvo avrebbe abbandonato l’obiettivo, fissato nel 2021, di produrre esclusivamente auto elettriche entro il 2030. Porsche avrebbe confermato la produzione di motori a benzina anche oltre quella data, mentre Honda avrebbe cancellato progetti condivisi con General Motors per SUV elettrici economici.
Persino Volkswagenavrebbe messo in pausa la costruzione di nuovi impianti per batterie in Europa e negli Stati Uniti. Un dietrofront che, secondo alcuni, non significherebbe la fine dell’elettrico, quanto piuttosto la fine dell’illusione che potesse realizzarsi tutto in un solo decennio.
Il piano shock di Volkswagen
Ed è proprio Volkswagen il caso che più di ogni altro racconterebbe la fragilità del sistema. Il colosso di Wolfsburg si troverebbe di fronte a quella che alcune fonti definiscono la crisi strutturale più severa nei suoi 89 anni di storia, con il titolo che avrebbe toccato un nuovo minimo a 52 settimane.
A peggiorare il quadro sarebbero arrivate le indiscrezioni su un drastico piano di ristrutturazione, che prevederebbe fino a 100.000 licenziamenti, circa il 15% della forza lavoro globale del gruppo, e la chiusura di quattro storici stabilimenti tedeschi, mettendo potenzialmente a rischio oltre 45.000 posti di lavoro.
Un segnale che, se confermato nella sua interezza, potrebbe avere ripercussioni non solo industriali ma anche sociali e politiche in Germania.
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I sette titoli che il mercato starebbe già giudicando
Guardando ai principali produttori europei quotati, emergerebbe una fotografia tutt’altro che uniforme, e questo potrebbe essere il vero punto da cogliere.
Mercedes Benz risulterebbe, paradossalmente, il titolo più resiliente del comparto, nonostante ricavi e utili in calo nel primo trimestre, sostenuta da un utile per azione superiore alle attese.
Ferrari confermerebbe invece la natura difensiva del proprio modello di business basato sul lusso esclusivo: la flessione del titolo sembrerebbe riflettere più un aggiustamento tecnico delle valutazioni che un reale deterioramento industriale, visto che ricavi, margini ed EBITDA continuerebbero a crescere.
BMW racconterebbe una storia diversa, con una revisione al ribasso della guidance sui margini legata al mercato cinese e alle tensioni logistiche internazionali.
Renault presenterebbe forse il paradosso più interessante dell’intero settore: pur avendo aumentato ricavi e vendite di veicoli elettrificati, il titolo avrebbe comunque subito un pesante ribasso in borsa, a conferma di come il mercato azionario non premi sempre la solidità operativa nel breve periodo.
Porsche, penalizzata dal crollo delle vendite in Cina, manterrebbe comunque una redditività operativa sopra le proprie stime. Stellantis chiuderebbe invece la classifica con il ribasso più marcato, gravata da un eccesso di scorte negli Stati Uniti e da un flusso di cassa libero fortemente negativo, elementi che secondo alcuni analisti potrebbero rappresentare il segnale più critico dell’intero comparto.