Book Calling #16: “Mario Draghi l’Artefice”, la vera storia del uomo che ha salvato l’euro con Alessandro Speciale

Antonella Coppotelli

9 Marzo 2021 - 19:00

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“Whatever it takes”, è la celebre frase pronunciata da Mario Draghi in uno dei momenti più drammatici della storia dell’euro, condensando in essa, la strategia e la mission del suo mandato: salvare l’euro e l’intero progetto europeo.

E’ il 24 giugno del 2011 quando viene ratificata la nomina di Mario Draghi in qualità di terzo Presidente della Banca Centrale Europea. In quel momento il vecchio continente non sta attraversando un momento facile e sereno: gli strascichi della Grande Recessione, frutto della crisi dei mutui subprime di due anni prima sono ancora molto forti a livello globale e il debito sovrano di alcuni degli stati membri, specie della Grecia, è alle stelle, causato da una gestione non proprio austera della spesa pubblica che ha creato affanno e conseguenti misure draconiane da parte dei paesi dell’eurozona che sono accorsi in aiuto economico dell’antica Ellade.

In questo quadro dai fragili equilibri e fortemente dominato dalla solidità della presenza teutonica e francese a dettare modelli e riferimenti, si insedia il tecnocrate Mario Draghi, all’epoca professionista poco noto al di fuori dell’entourage e dei “salotti” dell’alta finanza. Soprattutto, nome di seconda scelta e confermato solo all’indomani delle dimissioni volontarie di Axel Weber, allora presidente della Bundesbank e nomina in pectore già da tempo nella successione alla plancia di comando.

l'artefice

Mario Draghi l’Artefice” scritto da Jana Randow e Alessandro Speciale ed edito da Bur Rizzoli nasce dalla penna di due autorevoli firme economiche che hanno seguito le vicende dell’attuale Presidente del Consiglio italiano per tutto il periodo in cui è stato a capo della BCE e che racchiudono nelle oltre 300 pagine di narrazione una bella e interessante rilettura storica e politica di quello che è stato un mandato rivoluzionario per le sorti della Banca Centrale e per dell’intero progetto europeo. Mario Draghi è stato un vero e proprio artefice, nel senso letterale del termine, ossia come colui che esercita la propria professione forte di puntuali conoscenze tecniche messe al servizio di un’attitudine e un progetto specifici. Nel caso del Presidente quello di salvare non solo l’euro ma l’unità dell’Europa e di dare una sferzata in avanti anche al ruolo della BCE che fino alla guida di Trichet mai si sarebbe posta il problema di creare un’unica authority di vigilanza per le banche né un fondo salva-Stati per i paesi in difficoltà.

Tutte azioni compiute da Draghi e dettate da una contingenza molto stringente: proteggere il progetto europeo e corazzare l’eurozona contro lo tsunami della crisi che stava vivendo e, soprattutto, che stava montando in maniera incontrollabile specie per i paesi le cui finanze e politiche economiche interne avevano fatto guadagnare loro il titolo di GIPSI o, peggio ancora, di PIIGS, entrambi acronimi, ricordiamolo, di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.

Draghi e Weidmann: Whatever it takes versus Nein zu allem

Gli otto anni del mandato di Mario Draghi alla BCE non hanno incontrato sempre il consenso incondizionato di tutti. Benché molto stimato dalla Cancelliera Angela Merkel, i suoi rapporti con gli alti funzionari della Bundesbank e con i media tedeschi hanno sempre rasentato un confine molto sottile tra stima e ostruzionismo. A cominciare dalla nomina e dalla sua nazionalità di origine. Un po’ come dire che l’allure mediterranea e giocosa che nell’immaginario comune porta con sé l’italianità potesse cozzare con il rigore e la precisione teutonica e soprattutto con l’inossidabile mission della BCE: linea dura sull’inflazione e mantenimento della stabilità dei prezzi. Di fatto la filosofia che da sempre ha ispirato la Bundesbank sul cui modello la Banca Centrale Europea si è plasmata i primi anni.

Apparentemente un personaggio non in linea con gli standard attesi stando anche ai nomignoli poco lusinghieri che gli sono stati inizialmente affibbiati dalla stampa teutonica che, a onor del vero, si è ricreduta già pochi mesi dopo il suo insediamento. Meno rosei, invece, i rapporti con Jens Weidmann suo detrattore per tutto il periodo della presidenza di Draghi specie dopo che quest’ultimo ha messo in atto una serie di politiche e di riforme che andavano contro l’austerità della banca tedesca a favore, invece, della causa europea e della salvaguardia dell’euro, emblema stesso dell’unità di questo progetto la cui genesi, ricordiamolo, è da ricollocare nel lontano 1941 a Ventotene quando Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni pensarono a un’Europa unita in tutto e per tutto - quindi non solo accomunata da una moneta unica - per scongiurare nuovi totalitarismi e l’ascesa di potere di un unico paese nei confronti di tutti gli altri.

La storia non ha esaudito il desiderio dei tre padri costituenti del progetto Europa unita, non in toto almeno, ma di certo Mario Draghi con il suo Whatever it takes e, successivamente, con il quantitative easing europeo e l’istituzione della vigilanza bancaria della BCE ha onorato in parte la salvaguardia del progetto così come lo conosciamo oggi. A dispetto del Nein zu allem (no su tutto) tedesco, espressione della volontà di difendere la posizione della Germania che, in prima battuta, è la nazione che meno ha beneficiato delle nuove politiche della BCE e che in più di un’occasione ha colpevolizzato Draghi della sfiducia tedesca verso l’istituzione da lui guidata e della nascita di populismi politici, non solo in Germania ma anche nel resto di Europa.

In una battaglia di difesa di un territorio, di un’economia e di un progetto non si può piacere a tutti ma è indubbio che come dice dice Christine Lagarde, attuale Presidente della BCE, nonché autrice della prefazione del libro di Jana Randow e a Alessandro Speciale

Il contributo personale di Mario Draghi alla BCE e, più in generale, all’economia globale è riassumibile nei tre elementi chiave della sua gestione: intelligenza, integrità e leadership.

Dinanzi a questo non possiamo che essere concordi con lei e aggiungere insieme ai due autori che Draghi non solo è stato l’artefice ma anche l’uomo che ha salvato l’euro. A oggi con l’incarico istituzionale che ha accettato ha dinanzi a sé una sfida ancora più ardua e difficile perché oltre l’euro dovrà salvaguardare il futuro della Cosa Pubblica e il futuro di un’intera nazione già di per sé ridotta ai minimi termini.

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