Addio all’America First? Perché le dimissioni di Joe Kent sono il punto di non ritorno per Trump

Rob Piccoli

19 Marzo 2026 - 07:02

La rottura dell’ex capo antiterrorismo accende lo scontro tra l’America First originaria e la linea interventista: dentro il mondo MAGA nulla è più monolitico

Addio all’America First? Perché le dimissioni di Joe Kent sono il punto di non ritorno per Trump

Le dimissioni di Joe Kent da direttore del National Counterterrorism Center rappresentano molto più di un gesto individuale. Sono, piuttosto, il primo vero vulnus politico interno all’amministrazione guidata da Donald Trump dall’inizio della guerra contro l’Iran. E soprattutto, segnano l’emersione di una frattura ideologica che finora era rimasta latente dentro la galassia MAGA.

Kent non è un tecnocrate qualsiasi. Veterano della guerra in Iraq, ex forze speciali, figura organica al trumpismo più ideologico, era stato nominato proprio in quanto interprete fedele della dottrina “America First”. La sua uscita, quindi, non è una deviazione periferica ma una rottura del sistema.

Nella lettera di dimissioni, Kent è netto: non può “in buona coscienza” sostenere una guerra che, a suo dire, non risponde a una minaccia imminente e che sarebbe stata innescata da pressioni esterne, in particolare israeliane.
Una posizione che riprende, quasi alla lettera, l’argomento fondativo dell’anti-interventismo trumpiano: evitare guerre inutili e costose per gli Stati Uniti.

La risposta della Casa Bianca è altrettanto netta. Trump lo liquida come “debole sulla sicurezza”, mentre la portavoce presidenziale parla apertamente di “affermazioni false” sulla minaccia iraniana. Tradotto: nessuna tolleranza per il dissenso, soprattutto se espresso pubblicamente.

Il vulnus politico: la prima defezione interna

Il dato più rilevante è che si tratta della prima defezione di alto livello per dissenso sulla guerra. Finora, l’amministrazione Trump aveva mantenuto una disciplina quasi monolitica, anche su dossier divisivi come Ucraina o Medio Oriente.
Con Kent, questo schema salta.

Per la prima volta:

  • un alto funzionario rompe apertamente
  • contesta la narrativa ufficiale sulla sicurezza nazionale
  • chiama in causa la coerenza stessa del trumpismo
    Non è un caso che la reazione sia stata così rapida e dura: la Casa Bianca aveva bisogno di circoscrivere il caso prima che diventasse contagioso. Anche perché, secondo diverse ricostruzioni, Kent era già stato progressivamente marginalizzato all’interno dell’apparato, segno di tensioni preesistenti.

Le correnti MAGA: una frattura ormai visibile

Il punto centrale è che la vicenda Kent rende esplicita una divisione che attraversa il mondo trumpiano da anni, ma che ora diventa politicamente operativa.
Da un lato c’è l’ala neo-isolationist, rappresentata da figure come Marjorie Taylor Greene, Rand Paul e, sul piano mediatico, da Tucker Carlson.
Questa corrente vede in Kent un simbolo di coerenza: qualcuno che difende l’America First originaria, quella del rifiuto delle “forever wars”.
Dall’altro lato si consolida una linea nazional-militare, più vicina al Trump di governo che al Trump candidato. Qui la priorità è la deterrenza, la credibilità strategica, l’uso della forza come strumento di leadership globale. È l’area che oggi domina l’esecutivo e che ha reagito con maggiore durezza alle dimissioni.
In mezzo si colloca una terza area, più intellettuale e fluida, legata a figure come J.D. Vance e Tulsi Gabbard, che condivide parte della critica all’interventismo ma evita rotture frontali.
Il risultato è una tripartizione del campo MAGA:

1. anti-interventisti identitari (Marjorie Taylor Greene, Rand Paul, Thomas Massie, Tucker Carlson, Tim Pool, Joe Kent)
2. nazionalisti interventisti (Donald Trump, Tom Cotton, Lindsay Graham, Mike Waltz)
3. realisti “ponte” (JD Vance, Tulsi Gabbard, Sohrab Ahmari)
Una configurazione nuova, che supera la vecchia dicotomia establishment vs outsider.

Il nodo strategico: la contraddizione del trumpismo

La guerra in Iran costringe il trumpismo a confrontarsi con una contraddizione strutturale.
Per anni, Donald Trump ha tenuto insieme due impulsi:

  • il rifiuto delle guerre infinite
  • la volontà di proiettare forza militare

Finché questi due elementi erano compatibili (raid mirati, pressione economica, deterrenza), il sistema reggeva.
Ma un conflitto aperto e prolungato, come quello attuale, li rende incompatibili.
Kent rappresenta esattamente il punto di rottura: un insider che dice apertamente che la linea adottata
tradisce la promessa originaria.

Le possibili evoluzioni

Nel breve periodo, è difficile che le dimissioni di Kent producano effetti immediati sugli equilibri di governo. Trump mantiene il controllo politico e comunicativo, e l’apparato di sicurezza resta allineato.
Tuttavia, si aprono tre scenari.

Primo scenario: isolamento del caso Kent
Se non seguiranno altre defezioni, la vicenda verrà riassorbita come episodio marginale. In questo caso, l’ala interventista consoliderà la propria egemonia.

Secondo scenario: effetto domino limitato
Se emergeranno altri dissensi, anche non pubblici, si potrebbe creare una corrente minoritaria ma strutturata. In questo caso, Kent diventerebbe il primo di una serie.

Terzo scenario: frattura politica vera e propria
Se la guerra dovesse diventare impopolare — per costi economici, umani o strategici — la base MAGA potrebbe riattivare la propria vocazione anti-war.
A quel punto, la linea Kent smetterebbe di essere minoritaria e diventerebbe competitiva.

la frattura interna al trumpismo emerge dentro le istituzioni

Le dimissioni di Joe Kent non sono ancora una svolta, ma segnano un passaggio qualitativo: per la prima volta, la frattura interna al trumpismo emerge dentro le istituzioni, e non solo nel dibattito mediatico.
Il vulnus per l’amministrazione non è tanto operativo quanto politico: la perdita della narrazione unitaria.
Se il trumpismo è stato finora un blocco compatto attorno alla figura del leader, il caso Kent dimostra che questa compattezza non è più scontata. E che, sulla politica estera, si gioca oggi una partita decisiva per la sua identità futura.