34 anni fa, la notte in cui il Governo Amato mise le mani sui conti correnti degli italiani

Flavia Provenzani

10 Luglio 2026 - 15:45

34 anni fa il prelievo forzoso del 6 per mille e la svalutazione della lira. Oggi il debito pubblico è ai massimi di sempre. Cosa insegna (davvero) il 1992

Ci sono date che nella memoria collettiva degli italiani funzionano come cicatrici. L’11 luglio 1992 è una di queste, la notte in cui il governo di Giuliano Amato, in carica da poche settimane, decise di prelevare direttamente dai conti correnti degli italiani il 6 per mille dei depositi. Soldi già tassati, sottratti mentre il Paese dormiva, con un decreto approvato all’alba. Due mesi dopo, la lira sarebbe crollata e l’Italia sarebbe uscita dal Sistema monetario europeo (SME).

34 anni dopo, la vicenda rischia di essere nascosta nel cassetto dell’archeologia finanziaria e di non essere vista per quello che è: un precedente. E i precedenti rischiano di ripresentarsi.

Quelle 04:00 del mattino...

Per capire quella notte bisogna partire dai numeri. Servivano gli ultimi 8.000 miliardi di lire per chiudere una manovra correttiva da 30.000. Le strade ordinarie erano tutte sbarrate: alzare l’IVA avrebbe alimentato un’inflazione già pericolosa, ritoccare l’Irpef avrebbe colpito i redditi più bassi. Del taglio strutturale della spesa pubblica, in quella stanza, semplicemente non si parlò, dettaglio che, riletto oggi, dice molto sul riflesso condizionato della politica italiana davanti alle emergenze.

Fu il ministro delle Finanze Giovanni Goria, alle quattro del mattino, a mettere sul tavolo l’idea del prelievo forzoso. Il giorno dopo il Consiglio dei ministri approvò. Amato, anni dopo, lo avrebbe definito un «male necessario». Per milioni di risparmiatori fu qualcosa di diverso, la scoperta che il conto in banca non è un santuario, ma un indirizzo che lo Stato conosce benissimo.

L’estate del cerino

Il prelievo, però, era solo il primo atto. L’economia italiana dei primi anni Novanta era un motore ingolfato tra tassi d’interesse altissimi, un cambio forte che strangolava la competitività delle imprese, un debito pubblico già fuori scala. Ai vertici della macchina economica sedevano nomi che avrebbero segnato i decenni successivi: Carlo Azeglio Ciampi alla Banca d’Italia, Piero Barucci al Tesoro, Mario Draghi alla direzione generale del Tesoro.

La lira era il bersaglio ideale della speculazione internazionale e George Soros ne fu il protagonista più celebre, con le scommesse contro le valute deboli dello SME che passarono alla storia. Il 13 agosto arrivò il doppio declassamento a sorpresa di Moody’s sui titoli di Stato. La Germania, cui sarebbe bastato accettare un apprezzamento del marco per alleggerire la pressione su tutti, disse no. E l’11 settembre il presidente della Bundesbank Helmut Schlesinger comunicò a Ciampi che dal lunedì successivo Francoforte non avrebbe più difeso la lira sui mercati. Il cerino era rimasto in mano all’Italia.

Il crollo

La sera del 13 settembre 1992 un Amato visibilmente teso annunciò in televisione «tensioni» e la necessità di un «riallineamento». Il mattino dopo la lira aveva già perso il 7% contro il marco. Nel giro di pochi giorni l’Italia fu sospesa dallo SME e la moneta arrivò a lasciare sul terreno un quarto del proprio valore. Fu il caos: file agli sportelli, capitali in fuga verso la Svizzera, casse dello Stato allo stremo.

Solo la maxi-emissione di titoli da 47.000 miliardi di ottobre evitò il peggio, mentre partivano (sotto pressione) le privatizzazioni di Credito Italiano e Nuovo Pignone.

Paradosso finale: la svalutazione che umiliò il Paese restituì competitività alle imprese esportatrici. Ma il prezzo, in termini di credibilità e di ricchezza degli italiani, fu enorme. Una crisi del debito che avrebbe trovato un paragone solo nel 2011.

Il 2026 e la lezione non imparata

Se il 1992 fosse solo storia, questo articolo finirebbe qui, ma i numeri di oggi raccontano un’altra cosa. A marzo 2026 il debito delle amministrazioni pubbliche ha toccato il massimo storico di 3.158,8 miliardi di euro e quest’anno, per la prima volta, l’Italia diventa il Paese con il più alto rapporto debito/Pil dell’intera Eurozona (138,6% contro il 136,8% della Grecia, scalzando Atene da una posizione detenuta per oltre un decennio). Il sorpasso era atteso per il 2028, ma è arrivato con due anni di anticipo.

Intanto, la spesa per interessi ha superato nel 2025 gli 85 miliardi di euro, più di quanto lo Stato spenda per l’istruzione pubblica. E solo nel 2026 il Tesoro deve rifinanziare quasi 385 miliardi di titoli in scadenza. Certo, il contesto è diverso: c’è l’euro, c’è la Bce, lo spread viaggia intorno ai 70 punti base e la struttura del debito è più solida.

Nessuno oggi può ripetere il 1992 attaccando una valuta nazionale che non esiste più. Ma la domanda di fondo resta identica a quella di trentaquattro anni fa: cosa fa uno Stato con un debito insostenibile quando le strade ordinarie si chiudono? Il 1992 ha già dato una prima risposta. Ed è per questo che, a ogni turbolenza sui conti pubblici, lo spettro della patrimoniale torna puntualmente ad aleggiare sui risparmi degli italiani.

Il precedente, come già sottolineato, esiste. La tentazione anche. Euro o non euro, siamo sicuri che l’Italia abbia davvero imparato la lezione?