A distanza di 25 anni, analizziamo i dati raccolti da Federal Reserve, GAO e Congressional Research Service per misurare con precisione l’impatto degli attentati dell’11 settembre 2001.
Mancare il bersaglio quando si misura l’impatto economico dell’11 settembre è fin troppo facile perché, quando gli aerei colpirono le Torri Gemelle, l’economia americana era già in recessione da sei mesi.
Il National Bureau of Economic Research, l’ente che traccia ufficialmente i cicli economici negli Stati Uniti, individua infatti l’inizio della contrazione nel marzo 2001 e la fine a novembre dello stesso anno. Quanto ai mercati azionari, avevano iniziato a scendere ancora prima, nel marzo del 2000, spinti dallo sgonfiamento della bolla tech.
Dare la colpa agli attentati per tutto ciò che accadde nei mesi successivi sarebbe quindi fuorviante. Gli studi più solidi sull’argomento, compresi quelli pubblicati dalla Federal Reserve Bank di New York e dal Congressional Research Service, hanno affrontato la questione chiedendosi cosa sarebbe successo se l’attacco non ci fosse mai stato. Ed è esattamente da quelle stime che parte la nostra analisi.
Come hanno reagito i mercati azionario all’11 settembre
Le Borse statunitensi restarono chiuse quattro sedute, dall’11 al 14 settembre, la sospensione più lunga dal 1933. La riapertura avvenne lunedì 17 settembre.
| Data | Evento | Dato |
|---|---|---|
| 11-14 settembre | Chiusura dei mercati | 4 sedute, la più lunga dal 1933 |
| 17 settembre | Riapertura, Dow Jones | -7,13% (-684,81 punti) |
| 17-21 settembre | Prima settimana, Dow Jones | circa -14% |
| 17-21 settembre | Prima settimana, S&P 500 | -11,6% |
| 17-21 settembre | Capitalizzazione bruciata | circa 1.400 miliardi di dollari |
| 11 ottobre | S&P 500 | recuperati i livelli pre-attentato |
| 11 dicembre | S&P 500 | +3,8% rispetto al 10 settembre |
Il calo del 17 settembre fu, in punti assoluti, il più ampio della storia del Dow fino a quel momento. In termini percentuali si collocava però solo al quattordicesimo posto. Il dato più significativo è però il volume. Nella sola giornata del 17 settembre furono scambiate oltre 2,3 miliardi di azioni al New York Stock Exchange, la seduta più intensa in oltre duecento anni di storia della Borsa newyorkese, e più di quattro miliardi considerando anche American Stock Exchange e Nasdaq. Il mercato, in altre parole, funzionò.
L’intervento della Federal Reserve
Il problema immediato non fu la Borsa ma il sistema dei pagamenti. Con la distruzione fisica di parte di Lower Manhattan, alcune banche non riuscivano materialmente a inviare pagamenti, e le controparti che quei pagamenti attendevano si ritrovavano improvvisamente a corto di liquidità. La catena rischiava di bloccarsi.
I dati settimanali della Federal Reserve, ripresi nell’analisi di Christopher J. Neely per la Federal Reserve Bank di St. Louis, mostrano la dimensione della risposta. Tutti gli importi sono in milioni di dollari.
| Voce | Media 4 lug-5 set | 12 settembre | 19 settembre |
|---|---|---|---|
| Operazioni di pronti contro termine | 27.298 | 61.005 | 39.600 |
| Prestiti dalla finestra di sconto | 59 | 45.528 | 2.587 |
| Depositi presso le Federal Reserve Banks | 19.009 | 102.704 | 13.169 |
I prestiti erogati attraverso la finestra di sconto passarono da una media di 59 milioni di dollari a oltre 45 miliardi in un solo giorno, un aumento di circa 770 volte. I depositi presso le banche della Federal Reserve, indicatore sintetico della liquidità immessa nel sistema, quintuplicarono. Il dato altrettanto rilevante è quello della colonna successiva: una settimana dopo, gran parte di quella liquidità era già stata riassorbita. I prestiti erano tornati a 2,6 miliardi. L’intervento fu massiccio e brevissimo, il che spiega perché non produsse effetti inflazionistici.
Sul fronte dei tassi, la Federal Reserve tagliò di 50 punti base il 17 settembre, in una riunione straordinaria convocata prima della riapertura dei mercati. Seguirono altre tre riduzioni entro fine anno, che portarono il tasso obiettivo all’1,75%.
Il costo diretto dell’11 settembre
La quantificazione più rigorosa del danno diretto è quella di Jason Bram, James Orr e Carol Rapaport, pubblicata nell’Economic Policy Review della Federal Reserve Bank di New York del novembre 2002, che utilizza dati fino al giugno 2002.
| Voce di danno | Stima dei costi |
|---|---|
| Perdite patrimoniali, sgombero macerie e ripristino del sito | 21,6 miliardi di dollari |
| Mancati guadagni nell’arco della vita delle vittime | 7,8 miliardi di dollari |
| Mancati redditi da interruzione dell’attività economica | 3,6-6,4 miliardi di dollari |
| Totale danno diretto | 33-36 miliardi di dollari |
Sull’occupazione, gli stessi autori hanno costruito un modello previsivo per isolare i posti di lavoro persi a causa dell’attacco da quelli persi per il ciclo economico. Il risultato: nell’ottobre 2001 l’occupazione privata a New York risultava inferiore di 38.000-46.000 unità rispetto a quanto sarebbe stata senza l’attacco; nel febbraio 2002 lo scarto si era ampliato a 49.000-71.000, per poi ridursi a 28.000-55.000 nel giugno successivo.
Anche qui il contesto conta. Una successiva ricerca dello stesso Bram, del febbraio 2003, ha rilevato che l’occupazione privata newyorkese era già scesa di 55.000 unità dal picco del gennaio 2001 al settembre dello stesso anno. Sul più lungo periodo, l’ufficio del Comptroller di New York ha calcolato che tra il settembre 2001 e il luglio 2003 la città perse 162.600 posti di lavoro, pari al 4,4% del totale, contro una perdita nazionale di 1,68 milioni di posti equivalente all’1,3%. Uno scarto di oltre tre punti percentuali che il Comptroller attribuisce almeno in parte agli effetti persistenti dell’attacco.
I settori più colpiti
Il mondo assicurativo andò in tilt. Le richieste di risarcimento derivanti dagli attentati sono state stimate dal Government Accountability Office in circa 40 miliardi di dollari, all’epoca il più grande sinistro nel ramo danni della storia, oltre una volta e mezza il precedente record dell’uragano Andrew. La conseguenza immediata fu il ritiro di gran parte degli operatori dalla copertura del rischio terroristico, che spinse il Congresso ad approvare nel 2002 il Terrorism Risk Insurance Act, un meccanismo di condivisione delle perdite tra Stato e assicuratori.
Contestualmente, la crisi del settore aereo. Tutti i voli commerciali statunitensi restarono a terra per tre giorni, e nelle settimane successive il traffico domestico crollò di circa il 95%. Il Congresso approvò l’Air Transportation Safety and System Stabilization Act, che stanziò 15 miliardi di dollari, di cui 5 miliardi di aiuti diretti e 10 di garanzie sui prestiti. Ma non bastò. Secondo il GAO (Government Accountability Office), tra il 2001 e il terzo trimestre del 2003 il settore aereo statunitense accumulò 20,7 miliardi di dollari di perdite operative. Midway Airlines cessò l’attività quasi subito, Swissair fu messa a terra il 2 ottobre 2001 e successivamente liquidata, US Airways e United ricorsero alla procedura fallimentare del Chapter 11. Il traffico passeggeri tornò sopra i livelli precedenti agli attentati soltanto nel luglio 2005, quasi quattro anni dopo.
Il nuovo costo permanente della sicurezza
Bart Hobijn, nello stesso volume della Fed di New York, ha stimato che la spesa diretta per la sicurezza, pubblica e privata insieme, avrebbe raggiunto nell’esercizio fiscale 2003 circa 72 miliardi di dollari, pari allo 0,66% del prodotto interno lordo statunitense.
Un costo strutturale entrato in via permanente nei bilanci pubblici e aziendali, e da lì mai più uscito.
Quali conseguenze sull’economia statunitense?
La valutazione complessiva più equilibrata resta quella del Congressional Research Service, il servizio studi del Congresso statunitense, che nella sua analisi retrospettiva è netto sul fatto che gli attentati non spinsero in recessione un’economia debole, perché la recessione era già cominciata.
L’effetto sulla crescita del prodotto interno lordo nazionale è stimato in una riduzione di circa mezzo punto percentuale, reale ma contenuto, che si concentrò in modo estremamente asimmetrico su pochi settori, su alcune aree geografiche e soprattutto su una città: New York.