Yoox, da startup prodigio ad azienda in declino. È crisi per il primo unicorno d’Italia

Giorgia Paccione

19/09/2025

Lo storico punto di riferimento dell’e-commerce di lusso italiano affronta una drammatica fase di ristrutturazione con 211 licenziamenti e perdite milionarie.

Yoox, da startup prodigio ad azienda in declino. È crisi per il primo unicorno d’Italia

Yoox, pioniera dell’e-commerce italiano di moda di alta gamma sta vivendo un momento di profonda crisi. Fondata da Federico Marchetti e nota per essere il primo vero unicorno italiano, capace di coniugare moda e tecnologia, ha conquistato per anni i mercati internazionali con bilanci in doppia cifra e una crescita esponenziale.

Oggi, invece, la realtà è ben diversa: la società ha annunciato 211 licenziamenti in Italia, un rosso complessivo di 357 milioni di euro e una profonda ristrutturazione che ha allertato lavoratori, sindacati e istituzioni.

La caduta di Yoox non è quindi solo una questione aziendale, ma un segnale allarmante sull’intero settore dell’e-commerce nel lusso. Ecco tutti i numeri della crisi.

L’ascesa di Yoox e il primato di unicorno italiano

Fondata a Bologna nel 2000, Yoox si è affermata come piattaforma digitale di riferimento per la vendita online di prodotti di moda e design, diventando la prima startup unicorno d’Italia, termine che indica un’azienda con una valutazione di oltre un miliardo di dollari.

La sua capacità di integrare tecnologia avanzata e competenze nel settore moda l’ha resa un protagonista sia nazionale sia internazionale, con fatturati in costante crescita che hanno raggiunto quote a doppia cifra percentuale. Nel 2009 Yoox si quotò alla Borsa di Milano sul segmento STAR, e fu una delle prime società italiane di e-commerce a farlo.

Un passaggio fondamentale fu la fusione del 2015 con la britannica Net-a-Porter, all’epoca di proprietà di Richemont, che diede vita a Yoox Net-a-Porter Group (YNAP). L’operazione rese la società un attore globale con oltre 4 milioni di clienti attivi in più di 180 Paesi e un catalogo di centinaia di brand di lusso. Marchetti ne divenne CEO, consolidando il ruolo di YNAP come leader mondiale nel digital fashion.

Acquisizioni e integrazione: gli errori strategici di Richemont

Nel 2018 il gruppo svizzero Richemont acquisì YNAP al 100%, con l’intenzione di trasformarlo nel punto di riferimento dell’e-commerce di lusso. Tuttavia, la gestione post-acquisizione non ha valorizzato appieno il know-how italiano: Richemont ha progressivamente ridimensionato la spinta all’espansione internazionale, privilegiando la digitalizzazione dei propri marchi interni.

Durante la pandemia di Covid-19, mentre il commercio online cresceva in tutto il mondo, YNAP non riuscì a cogliere l’occasione e registrò un rallentamento, evidenziando problemi strutturali e di governance.

Nel 2022 Richemont ha tentato la cessione di una quota a Farfetch, ma l’operazione si è arenata con il collasso della stessa Farfetch. Poco dopo, YNAP è passata sotto il controllo della tedesca MyTheresa, che ha cambiato nome in LuxExperience, diventando la nuova società madre. L’operazione ha messo in luce un paradosso: un’azienda più piccola (LuxExperience rappresenta circa un terzo della dimensione di YNAP) che controlla una più grande, ma fa fatica a gestirla.

Per sostenere la transazione, Richemont ha garantito 500 milioni di euro e linee di credito dedicate, ma i risultati non hanno fermato l’emorragia finanziaria.

Crisi economica e sociale: numeri e reazioni

L’ultimo bilancio evidenzia perdite per 191 milioni di euro, con ricavi in calo e un rosso complessivo di 357 milioni, dopo un buco da 1,8 miliardi segnato a marzo 2024.

Per ridurre i costi è stato annunciato un piano di 211 licenziamenti, concentrati nelle sedi italiane di Milano e Bologna, con trasferimenti verso altri stabilimenti come Landriano. La scelta di non ricorrere a strumenti come la cassa integrazione né ad incentivi all’esodo ha generato forti proteste e i lavoratori si sono mobilitati con scioperi e presidi davanti alle sedi.

La situazione ha richiamato l’attenzione della politica, che non è rimasta indifferente. Il ministro Adolfo Urso ha chiesto chiarimenti diretti al management, mentre l’assessore al lavoro dell’Emilia-Romagna, Giovanni Paglia, ha dichiarato che “non si possono scaricare i costi sui lavoratori”. Anche il governatore Stefano Bonaccini ha ribadito che, dopo aver ricevuto fondi pubblici, l’azienda ha ora il dovere di gestire responsabilmente la crisi.

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