Il settore del vino italiano, pilastro dell’economia agroalimentare nazionale e ambasciatore del Made in Italy nel mondo, ha chiuso il 2025 in un contesto di crescente complessità ma nonostante tutto si dimostra sufficientemente attraente per investire.
Dopo il record storico dell’export 2024, le spedizioni hanno registrato una contrazione del 3,7% in valore, attestandosi a circa 7,7-7,8 miliardi di euro, con volumi in calo di circa il 2%. Il rallentamento ha colpito soprattutto il principale mercato di sbocco, gli Stati Uniti (-9/-13% in valore), penalizzato da dazi, forza dell’euro e calo dei consumi, mentre in Europa la performance è stata più eterogenea, con segnali di tenuta in Germania e qualche crescita in Francia.
Nonostante la pressione sui volumi, il comparto dimostra una capacità di resilienza strutturale. La premiumizzazione continua a sostenere i prezzi medi delle bottiglie, con i vini di fascia alta e gli spumanti che perdono meno terreno rispetto alle referenze entry-level.
Il consumo domestico rimane debole, in linea con il trend di lungo periodo di riduzione delle quantità pro-capite, ma il canale Ho.Re.Ca. e il direct-to-consumer mostrano vitalità, confermando che il consumatore finale premia qualità, storytelling e esperienze. In questo scenario di selezione darwiniana, i player più strutturati, con portafogli diversificati, presenza internazionale capillare e controllo rigoroso della supply chain, stanno guadagnando quote di mercato a discapito di realtà più frammentate e dipendenti da pochi canali o mercati.
I numeri di una azienda leader
Italian Wine Brands S.p.A. (IWB.MI), il maggiore gruppo vinicolo privato italiano e il primo ad essersi quotato sulla Borsa di Milano, conferma la propria solidità anche in un 2025 segnato da incertezze macroeconomiche, inflazione e calo dei consumi domestici. Con un portafoglio di 24 marchi proprietari che spaziano dai grandi classici del Barolo all’Amarone, dal Prosecco al Primitivo di Manduria, il gruppo guidato dal Presidente e Amministratore Delegato Alessandro Mutinelli ha chiuso l’esercizio con ricavi consolidati a 400,9 milioni di euro (+2,4% rispetto ai 391,3 milioni del 2024), volumi in crescita del +3,65% e un miglioramento netto della posizione finanziaria.
L’EBITDA adjusted si è attestato a 49,1 milioni di euro (margine del 12,2%), in lieve calo dai 50,4 milioni del 2024 ma con una generazione di cassa LTM eccezionale. L’utile netto è risultato pari a 16,6 milioni di euro (contro i 22,6 milioni dell’anno precedente), penalizzato da componenti non ricorrenti ma comunque supportato da un forte controllo dei costi e dalla crescita del canale premium. Il debito finanziario netto è sceso a 57,6 milioni di euro dai 89,3 milioni di fine 2024, grazie a un cash flow operativo robusto e all’assenza di operazioni di M&A straordinarie.
Nel primo semestre 2025 i risultati hanno evidenziato la capacità di reazione del gruppo: ricavi a 185,1 milioni di euro (-3,2% annuo), ma EBITDA adjusted record a 21,9 milioni (margine 11,7%) e utile netto a 10,3 milioni (+13,4% sul primo semestre 2024). Il canale Ho.Re.Ca. ha brillato con +8,8% di ricavi e +9,63% di volumi, mentre il wholesale ha mostrato resilienza (+3,77% volumi). Il distance-selling ha invece sofferto per il calo delle vendite telefoniche e postali, compensato però dal riposizionamento verso prodotti a maggiore margine.
Valutazione azionaria e upside: consensus “Strong Buy”
A maggio 2026 il titolo IWB.MI quota intorno ai 19 euro, con una capitalizzazione di circa 186-200 milioni di euro. Il multiplo EV/EBITDA forward si attesta su livelli attraenti (circa 6-7x), tra i più bassi del settore beverage europeo per un player con questi fondamentali.
Quattro analisti coprono il titolo con rating medio “Buy” e target price medio di 32,15 euro, che implica un upside del +61-69% rispetto ai livelli attuali. Il target massimo è 38 euro (+100%), il minimo 28 euro. Tra i broker più attivi: Banca Akros (29 euro), Equita (28 euro), TP ICAP Midcap (33,6 euro) e un altro studio a 38 euro.
Gli analisti sottolineano tre elementi in particolare:
- la crescita prevista dell’utile per azione del 13-15% annuo nei prossimi due anni,
- la generazione di cassa strutturale,
- il potenziale di ulteriore premiumizzazione e (iv) la valutazione ancora penalizzata rispetto ai peer europei nonostante i margini record.
Il fair value intrinseco stimato da alcuni modelli indipendenti supera i 32 euro, confermando un undervaluation del 40-50%.
Rischi principali restano la debolezza del consumo italiano, possibili nuove tariffe e la ciclicità del settore vino. Tuttavia, la diversificazione geografica e di canale, unita alla solida struttura patrimoniale, rendono Italian Wine Brands uno dei nomi più difensivi del comparto.
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