Mi è venuto da pensare, leggendo il titolo di un recente articolo del New York Times su come funziona la registrazione al voto dei cittadini, che agli Stati Uniti, da 250 anni la repubblica più solida e di successo al mondo, piace scherzare con il fuoco.
Il titolo recitava: “Un giudice (Colleen Kollar-Kotelly della Federal District Court per il District of Columbia NDA) vieta in modo permanente a Trump di richiedere la prova di cittadinanza per la registrazione degli elettori. La sentenza di venerdì ha stabilito che Trump aveva usurpato il potere conferito al Congresso e agli stati di amministrare e supervisionare i protocolli elettorali”.
Il sommario ha rassicurato i lettori che tutto va bene, ossia che Trump aveva usurpato il potere ma che il bene aveva vinto, perché un giudice aveva punito il presidente: come si era permesso di richiedere la prova di essere un cittadino a chi va al seggio?
Ho riletto tre volte, ed è proprio così. Evidentemente il lavaggio del cervello messo in essere da anni, qui in America, su chi abbia il diritto di votare, fa sì che un cittadino normale possa assorbire senza stupirsi, in un articolo di cronaca giudiziaria su uno storico quotidiano nazionale, un concetto che, a me, sembra una barzelletta. Ossia che allo Stato, rappresentato qui da un presidente regolarmente eletto, “possa essere vietato - da un giudice in modo permanente - di richiedere la prova di cittadinanza per la registrazione degli elettori a votare”.
Soltanto a me questa sentenza (la notizia non è uscita solo sul New York Times, ovviamente) suona assurda? O lo è anche per voi, lettori/elettori italiani, abituati a recarvi al seggio con un documento di identità rilasciato da una istituzione (Comune o Stato nel caso del passaporto)?
Io credo che l’assurdità sia palese, ma siccome si basa su una questione squisitamente politica, ci si divide, qui in America, tra chi vede e chi ignora l’assurdità.
I Repubblicani e i conservatori trovano la mancanza dell’obbligo di dover provare di essere cittadini USA una anomalia grave, un ostacolo alle garanzie di correttezza. I Democratici sono convinti del contrario, ossia che la segretezza dell’identità sia invece l’approccio giusto.
Da quando sono diventato cittadino americano nel 2018, al seggio del quartiere in cui mi reco per eleggere sindaci, deputati, senatori o presidenti, va in onda lo stesso film. Io estraggo dal portafoglio la mia patente di guida di New York o il mio passaporto USA e offro il documento con foto in visione allo scrutatore. Il quale ostentatamente lo respinge senza guardarlo. Da notare che in America i municipi non devono per legge emettere una carta di identità come in Italia, anche se molti lo fanno, per esempio New York City dall’amministrazione de Blasio. Comunque, anche questa carta cittadina non serve a provare di essere elettori in regola.
Come si è arrivati a questa situazione istituzionale che, a me, suona paradossale?
La politica dei Democratici sulle norme elettorali e sulle garanzie del voto ha lavorato tanto, negli anni, nell’impedire-demolire l’affermarsi di una pratica tanto banale qual è la richiesta d’identità di una persona al seggio, che ci siamo arresi al fatto che negli Stati Uniti non debba e/o non possa funzionare come in tutto il mondo.
Il motivo, ripeto, è politico. È passata l’aberrazione - sponsorizzata dai DEM che la difendono con le unghie e con i denti - secondo cui a chiedere a un elettore di dimostrare che ha il titolo di cittadino votante si commette una azione di soppressione del diritto al voto. A me pare invece che la prova di essere un cittadino sia la più banale delle garanzie per avere un sistema nazionale di voto corretto.
E ho cercato conferme, ponendo al sito di intelligenza artificiale Perplexity questa domanda: “Oltre agli USA, esistono altri paesi al mondo, e quali sono, che non richiedono ai cittadini la prova di essere cittadini del loro paese per andare a votare?”.
Tra le democrazie, solo Liberia, Malawi e Nuova Zelanda fanno compagnia agli USA nel non prevedere la prova di identità fotografica. Invece sappiamo che in Europa, dall’Italia alla Germania, dalla Francia alla Finlandia, è necessario presentare un documento d’identità (spesso con prova della cittadinanza: carta d’identità nazionale, passaporto).
Ora Trump andrà in appello, e c’è quindi la possibilità che a risolvere la questione ci penserà, alla fine, la Corte Suprema. Peraltro, se anche non ci sarà un verdetto nazionale a livello federale a sancire l’obbligo della prova di cittadinanza, molti Stati hanno già provveduto a far passare leggi che regolano la pratica del voto nel sogno della trasparenza.
L’obbligo di presentare un documento d’identità per votare dipende dalle leggi di ciascun stato, e in 36 stati lo richiedono già, con modalità che variano: alcuni accettano anche documenti non fotografici (come bollette, estratti conto, tessere di assicurazione), mentre altri (come l’Arizona o l’Indiana) richiedono specificamente un documento con foto.
La marcia verso l’integrità del voto, che solo la massima trasparenza può garantire, procede dunque su due binari. Quello dei singoli Stati (i 14 residui, tutti blu, con in testa California e New York), che hanno il potere di legiferare sulle disposizioni da seguire ai seggi. E quello federale: Trump ha subito ora la battuta d’arresto del verdetto del giudice distrettuale, ma farà appello e la causa potrebbe arrivare in Corte Suprema e risolvere il pasticciaccio una volta per tutte.