Vi spiego perché sarebbe meglio per gli Stati Uniti rinunciare al dominio del dollaro nell’economia globale

Redazione Money Premium

26 Aprile 2025 - 06:41

Il dominio del dollaro avvantaggia Wall Street, ma danneggia l’economia reale americana. È tempo di ripensare il ruolo della valuta statunitense nel sistema economico globale.

Vi spiego perché sarebbe meglio per gli Stati Uniti rinunciare al dominio del dollaro nell’economia globale

Da decenni si dà per scontato che la supremazia del dollaro negli scambi commerciali e nella finanza internazionale rappresenti un vantaggio netto per gli Stati Uniti.

Tuttavia, questa convinzione è sempre più messa in discussione, soprattutto in un contesto in cui le distorsioni economiche globali diventano sempre più evidenti.

Il recente caos generato dai dazi imposti dall’amministrazione Trump ha sollevato dubbi sulla credibilità del dollaro come valuta di riferimento, ma sarebbe un errore focalizzarsi solo sugli effetti immediati delle politiche commerciali statunitensi. È invece necessario esaminare a fondo le implicazioni strutturali del ruolo internazionale del dollaro sull’economia americana.

Per mantenere il primato della propria valuta, gli Stati Uniti sono costretti a tollerare squilibri commerciali e finanziari che, nel lungo periodo, compromettono la salute della propria economia reale. Questo obbligo implica una perdita di controllo sulla politica economica interna, come sottolineato dall’economista Dani Rodrik, che parla di una contraddizione insanabile tra integrazione globale e sovranità nazionale. In un mondo iperglobalizzato, i Paesi che rinunciano a controllare flussi di capitale e commercio finiscono con l’assorbire gli squilibri interni di nazioni che, invece, proteggono la propria economia tramite politiche industriali attive e barriere commerciali. È ciò che accade, ad esempio, tra gli Stati Uniti e la Cina.

Quando un Paese sopprime la domanda interna per favorire l’export, come nel caso di Pechino, in un mercato realmente libero i surplus commerciali dovrebbero gradualmente riequilibrarsi. Ma quando si interviene attivamente sul cambio o si limitano le importazioni, i surplus si trasformano in squilibri cronici. A quel punto, a pagare il prezzo sono le economie più aperte, come quella americana, che si ritrovano con deficit commerciali persistenti e un’erosione della base manifatturiera. Oggi, il settore manifatturiero statunitense rappresenta una quota del PIL ben al di sotto della media globale, mentre Paesi come la Cina vantano quote ben superiori, alimentate da politiche industriali mirate.

Non sorprende quindi che gli Stati Uniti abbiano cercato, anche in modo incoerente e confuso, di reagire. I dazi selettivi introdotti da Trump, sebbene mal calibrati, sono sintomo di un disagio reale. Il problema non è tanto l’uso di misure unilaterali, quanto la mancanza di una strategia efficace e coerente. La soluzione non può risiedere solo nei dazi, che spesso finiscono per colpire anche i consumatori e le imprese locali, ma deve puntare a una riforma strutturale del sistema commerciale globale.

L’idea, ripresa dal progetto di un’unione doganale globale proposto da John Maynard Keynes nel 1944, suggerisce che ogni nazione dovrebbe impegnarsi a mantenere un equilibrio tra domanda interna e offerta, evitando di esportare le proprie distorsioni sugli altri.

In assenza di un consenso globale su questo tipo di riforma, gli Stati Uniti hanno comunque il diritto di agire in autonomia per correggere una situazione che li penalizza. Una via promettente è rappresentata dall’introduzione di controlli selettivi sui movimenti di capitale, in modo da impedire ai Paesi con surplus cronici di riciclare i propri eccessi acquistando asset americani. Questa misura, se ben disegnata, non danneggerebbe gli investimenti diretti esteri – che continuerebbero a rappresentare una fonte preziosa di innovazione e occupazione – ma limiterebbe la finanziarizzazione eccessiva dell’economia, che finisce per concentrare ricchezza a Wall Street, lasciando indietro l’economia reale.

Infatti, mentre i benefici della centralità del dollaro si concentrano nei circuiti della finanza e tra i detentori globali di capitali mobili, le conseguenze negative ricadono su settori strategici come l’agricoltura e la manifattura. Il risultato è un sistema che, lungi dal rafforzare l’economia americana, la espone a pressioni competitive sleali e ad un cronico declino industriale. Continuare a svolgere il ruolo di valuta di riserva globale, senza condizioni, equivale ad accettare di essere il principale ammortizzatore delle distorsioni altrui.

Rivedere questo modello non è solo una questione di equità, ma anche di sostenibilità. Se l’America vuole rilanciare la propria base produttiva e ristabilire un equilibrio più sano tra finanza e industria, dovrà rimettere in discussione il mito del “dollaro onnipotente”. Solo così potrà recuperare margini di sovranità economica, garantendo una crescita più inclusiva e resiliente nel lungo periodo.