La verità sul successo che nessuno racconta. Il consiglio di chi ce l’ha fatta

Simone Micocci

31 Marzo 2026 - 18:11

Cosa significa avere successo nel lavoro oggi? Dalla storia di Claudia Giorgia Banella a Karl Storz, ecco cosa conta davvero per fare carriera.

La verità sul successo che nessuno racconta. Il consiglio di chi ce l’ha fatta

Cosa significa davvero avere successo nel lavoro oggi? E soprattutto: esiste una formula per arrivarci oppure si tratta solo di talento e fortuna? Sono domande che sempre più spesso si pongono giovani e professionisti, in un mercato sempre più competitivo dove emergere è tutt’altro che scontato. Eppure, dietro le storie di chi “ce l’ha fatta”, c’è una verità che raramente viene raccontata: il successo non è mai lineare e ha sempre un prezzo preciso.

A raccontarlo è Claudia Giorgia Banella, oggi vicepresidente di Karl Storz, una multinazionale attiva nel settore della salute e della chirurgia mini invasiva (con un fatturato di oltre 43 milioni di euro nel 2024), con responsabilità su diversi Paesi del Sud Europa, oltre a ricoprire il ruolo di amministratrice delegata dell’affiliata italiana. Un percorso costruito nel tempo, tra scelte non semplici - come quella di lasciare una carriera sportiva ad alto livello - e una crescita professionale che l’ha portata a guidare team e strategie internazionali.

La sua esperienza smonta molti luoghi comuni: dall’idea che basti il merito fino alla convinzione che esista un momento giusto da aspettare. E restituisce un’immagine molto più pratica, e meno idealizzata, della carriera. Tra sacrifici e responsabilità crescenti, emerge un messaggio chiaro: il successo non arriva per caso, e il consiglio di chi lo ha raggiunto può cambiare il modo in cui guardiamo al lavoro e alle ambizioni.

Il prezzo del successo: la verità che nessuno racconta

Quando si parla di successo, spesso si tende a raccontarne solo il risultato finale, concentrandosi su posizione e stipendio raggiunto. Molto più raramente, invece, si entra nel dettaglio di ciò che c’è stato prima. Ed è proprio qui che emerge la parte più scomoda - ma anche più reale - del percorso.

Per Claudia Giorgia Banella il punto è chiaro: il successo ha un prezzo preciso, e si chiama fatica. Non esistono scorciatoie né formule magiche, ma un lavoro costante fatto di decisioni rapide e capacità di mettersi continuamente in gioco.

È una visione che rompe con una narrazione sempre più diffusa, soprattutto tra i più giovani, secondo cui basti trovare il contesto giusto o aspettare l’occasione perfetta. In realtà, come emerge dalla sua esperienza, il momento giusto spesso non arriva da solo: bisogna costruirlo, anche a costo di sbagliare.

E c’è un altro aspetto che viene spesso sottovalutato. Fare carriera significa anche rinunciare a qualcosa. Nel suo caso, ad esempio, la scelta di lasciare la pallavolo quando era ancora ad alti livelli è stata una delle più difficili, ma anche una di quelle che hanno segnato il percorso successivo. Una decisione che racconta bene cosa significhi davvero investire su una strada: scegliere, e quindi escludere tutto il resto.

In questo senso, il successo smette di essere un concetto astratto e diventa qualcosa di reale. Non è solo ciò che si ottiene, ma ciò che si è disposti a fare - e a lasciare - per arrivarci.

Le donne devono lavorare il doppio per avere successo?

È una delle frasi più ripetute quando si parla di carriera al femminile: per ottenere gli stessi risultati, le donne devono lavorare il doppio. Ma è davvero così, oppure si tratta di un luogo comune che continua a essere alimentato nel tempo?

Secondo Claudia Giorgia Banella la risposta è meno scontata di quanto si pensi. “Ho un’opinione molto personale: la donna lavora il doppio per dimostrare a se stessa”, spiega. Una riflessione che sposta completamente il punto di vista: più che una pressione imposta dall’esterno, spesso è una spinta interna, legata a un bisogno di affermazione che accompagna il percorso professionale.

Questo però non significa negare il problema. Il gender gap nel lavoro esiste ancora ed è ben visibile, soprattutto nei livelli più alti delle organizzazioni. “Pesa ancora tantissimo”, sottolinea Banella, evidenziando come, nonostante i progressi, “non vediamo ancora sufficienti donne nei tavoli importanti”.

Le discriminazioni, infatti, non sono sempre esplicite. Non si manifestano necessariamente con frasi dirette, ma attraverso dinamiche più sottili. La stessa manager racconta di aver vissuto episodi di questo tipo: “Mi è stato detto anche in maniera molto diretta che certi ruoli non erano per me in quanto donna”. Un’esperienza che non rappresenta un’eccezione, ma una realtà che molte professioniste continuano a incontrare lungo il proprio percorso.

Accanto agli episodi più evidenti, esistono poi forme di discriminazione quotidiana più difficili da individuare ma altrettanto incisive. Dal cosiddetto mansplaining - quando le competenze vengono messe in discussione o spiegate senza motivo - fino a una minore credibilità iniziale nei contesti professionali. “Capita ancora oggi, soprattutto quando mi trovo in contesti dove sono l’unica donna”, racconta, descrivendo situazioni in cui il ruolo ricoperto non viene immediatamente riconosciuto.

E poi c’è il rischio del cosiddetto “pink washing”, ovvero politiche di inclusione che restano solo sulla carta. “La differenza si vede quando si fanno le scelte che contano”, osserva Banella, chiarendo che è proprio nei momenti decisionali che emerge la reale volontà di cambiamento.

Il punto quindi non è tanto stabilire se le donne debbano lavorare il doppio, ma capire perché spesso si trovano a farlo. Tra aspettative più alte, contesti più complessi e la necessità di dimostrare continuamente il proprio valore, il rischio è che il carico diventi strutturale.

Il consiglio di chi ce l’ha fatta: non aspettare il momento giusto

Se c’è un errore che accomuna molti percorsi professionali, è quello di aspettare il momento giusto. L’occasione perfetta, il riconoscimento, il via libera dall’esterno. Ma secondo Claudia Giorgia Banella questo momento, nella maggior parte dei casi, non arriva mai.

Aspettare non serve, bisogna avere la giusta pazienza ma anche prendersi spazio”, spiega, sottolineando come la carriera non sia fatta solo di attese, ma soprattutto di iniziativa. Un equilibrio delicato tra preparazione e coraggio: da un lato il lavoro necessario per essere pronti, dall’altro la capacità di esporsi quando arriva l’occasione.

È qui che si gioca una delle differenze più importanti. Non basta essere competenti, bisogna anche dimostrare di voler crescere. “Se hai fatto il lavoro e sai di essere pronta, prenditelo”, è il messaggio. In questo senso, il successo torna a essere una combinazione di fattori: impegno, certo, ma anche determinazione e capacità di mettersi in gioco. Perché nel mondo del lavoro di oggi non sempre vince chi aspetta, ma chi dimostra di essere pronto a fare il passo successivo.

Ed è forse proprio questa la sintesi più efficace dell’intervista: il successo non è solo una questione di talento o fortuna, ma il risultato di scelte, spesso difficili, e della volontà di assumersi il rischio di farle.

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