“Vendere allo scoperto le due società che fanno più soldi è follia”. Il CEO di Palantir critica Mr. Big Short

Giorgia Paccione

13 Novembre 2025 - 13:07

Michael Burry e Alex Krap si lanciano frecciatine dopo la scommessa sul crollo delle azioni Palantir e riaccendono il dibattito sull’AI: rivoluzione o bolla speculativa destinata a scoppiare?

“Vendere allo scoperto le due società che fanno più soldi è follia”. Il CEO di Palantir critica Mr. Big Short

Una nuova faida sta catturando l’attenzione del mondo finanziario. Protagonisti questa volta sono Michael Burry, l’investitore reso celebre dal film The Big Short, e Alex Karp, amministratore delegato di Palantir. Al centro dello scontro c’è la domanda che domina i mercati: il boom dell’intelligenza artificiale è sostenibile o si tratta dell’ennesima bolla speculativa?

La controversia tra i due è esplosa quando Scion Asset Management, il fondo gestito da Burry, ha rivelato attraverso il documento 13F di fine settembre di detenere opzioni put ribassiste su 5 milioni di azioni Palantir, per un valore nozionale di 912 milioni di dollari, e su 1 milione di azioni Nvidia, per 187 milioni. La divulgazione, avvenuta lo stesso giorno della pubblicazione dei risultati trimestrali di Palantir, potrebbe aver contribuito al crollo del 15% del titolo nei tre giorni successivi, che è passato dal record di 207 dollari a 175 dollari.

La reazione di Karp non si è fatta attendere. In un’intervista a CNBC, il CEO ha attaccato frontalmente la strategia di Burry:

Per quanto ne so, le due società che sta vendendo allo scoperto sono quelle che stanno facendo tutti i soldi, il che è super strano. L’idea che chip e ontologia siano quello che vuoi shortare è una follia assoluta.

Karp ha definito particolarmente fastidioso quando gli short seller “se la prendono” con Palantir, un’azienda che secondo lui sta compiendo un “lavoro nobile” arricchendo gli investitori retail e supportando il personale militare. Ha poi suggerito che Burry potrebbe aver perso denaro scommettendo contro Palantir e aver reso pubblica la sua posizione per spingere al ribasso il titolo e recuperare parte delle perdite.

La risposta di Burry e il mistero del 13F

Michael Burry non ha tardato a replicare attraverso X, dove è tornato attivo dopo due anni di silenzio.

Non mi sorprende affatto che Alex Karp e la sua ’ontologia’ di Palantir non riescano a decifrare un semplice 13F. Un principio fondamentale di qualsiasi modello ontologico/epistemologico rigoroso – sia filosofico che nella scienza dei dati – è riconoscere quando il tuo set di informazioni è insufficiente per trarre conclusioni valide.

Il riferimento di Burry riguarda il fatto che i documenti 13F vengono pubblicati con sei settimane di ritardo e fotografano le posizioni solo in un giorno specifico del trimestre. Non includono inoltre le vendite allo scoperto, gli investimenti in società private o quotate all’estero, né asset non azionari come obbligazioni e immobili. In altre parole, Karp non aveva elementi sufficienti per affermare con certezza che Burry mantenesse ancora quelle posizioni ribassiste a novembre.

Tuttavia, lo stesso Burry il giorno dopo la pubblicazione del 13F, ha postato un messaggio dal significato sottinteso: “Fake news! Non sono alto 1,68 metri”, accompagnato da una foto insieme all’attore Christian Bale, che lo ha interpretato nel film The Big Short e che è alto circa 1,83 metri, lasciando intendere di non essere “short” né fisicamente né finanziariamente.

Il dibattito più ampio: bolla AI o rivoluzione tecnologica?

Lo scontro tra Burry e Karp rappresenta in realtà un microcosmo della spaccatura che attraversa il mondo degli investimenti. Da un lato ci sono coloro che, come Karp, credono che l’intelligenza artificiale stia guidando una rivoluzione tecnologica destinata a trasformare economia e produttività. Dall’altro, scettici come Burry che vedono inquietanti parallelismi con la bolla delle dot-com dei primi anni 2000.

I numeri di Palantir sembrano dare ragione a Karp: nell’ultimo trimestre i ricavi sono cresciuti del 63% anno su anno raggiungendo circa 1,2 miliardi di dollari, mentre l’utile netto è più che triplicato a 477 milioni. L’azienda prevede ricavi annuali in crescita del 54% circa, per un totale di 4,4 miliardi di dollari. Il titolo è esploso di circa 28 volte dall’inizio del 2023, passando da 6 dollari per azione a 178, portando la capitalizzazione di mercato a 422 miliardi di dollari, superiore a colossi come Costco, Bank of America o AMD.

Dall’altro lato, Burry ha intensificato le sue critiche al settore dell’AI.

Dopo il suo ritorno su X con un messaggio in codice che suggeriva come l’unica mossa vincente fosse non scommettere né a favore né contro il boom dell’AI, ha continuato a pubblicare grafici, estratti di libri e meme di Star Wars per sostenere la sua tesi: l’intelligenza artificiale è l’eco della bolla dot-com, la crescita potrebbe rallentare e l’enorme aumento degli investimenti in capitale potrebbe portare a un eccesso di infrastrutture.

Più recentemente, ha accusato aziende come Meta e di gonfiare artificialmente i loro utili sottostimando i tassi di ammortamento delle loro apparecchiature informatiche.

Chi avrà ragione?

La storia finanziaria è ricca di esempi di investitori che hanno scommesso contro grandi aziende, a volte con ragione. Jim Chanos individuò i segnali d’allarme di Enron prima del suo fallimento nel 2001, mentre David Einhorn mise allo scoperto Lehman Brothers mesi prima del suo collasso nel 2008. Allo stesso tempo, entrambi hanno in passato scommesso contro Tesla, che invece ha sfidato gli scettici diventando una delle società più preziose al mondo con una capitalizzazione di circa 1.500 miliardi di dollari.

La domanda ora è quindi chi tra Burry e Karp verrà vindicato dalle sue convinzioni sul boom dell’AI? Burry ha promesso di fornire maggiori dettagli il 25 novembre, modificando la data precedentemente annunciata nel suo profilo X. Per ora, il mondo finanziario resta in attesa di una risposta che potrebbe definire il futuro di uno dei settori più discussi del mercato.