Nuova puntata di Money Talks. Ospite Alberto Bagnai, economista e deputato della Lega, tra euro, Green Deal, flat tax e debito pubblico.
Nuova puntata di Money Talks, il video podcast di Money.it che porta ai microfoni i protagonisti dell’economia e della politica italiana, e questa volta ai microfoni siede uno degli economisti più discussi del panorama italiano.
Alberto Bagnai, economista, docente universitario di politica economica, già senatore e oggi deputato della Lega, presidente della commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali, si è raccontato in una conversazione di oltre un’ora tra teoria economica e attualità politica, con la franchezza che lo ha reso una delle voci più riconoscibili e divisive del dibattito economico italiano.
L’Europa, l’euro e il Green Deal secondo Bagnai
Bagnai distingue tra Europa come identità culturale e Unione Europea come costruzione politica: «L’Unione Europea è un progetto politico fallimentare nei risultati. Vogliamo parlare del fatto che l’unica volta che ha provato a fare politica industriale l’ha fatta con il Green Deal e ci ha sterminato l’automotive?».
Il problema, per l’economista, è prima di tutto istituzionale: un’Unione senza costituzione, di cui «non si sa che cosa sia perché nessuno ci dice che cos’è», costruita per stratificazioni successive nelle emergenze. Il risultato, avverte, «sarà come Frankenstein: si vedranno le cuciture, si vedrà questo mostro fatto di pezzi messi insieme in condizioni di emergenza». Un metodo che Bagnai giudica «esplicitamente antidemocratico», perché «nessun cittadino di nessuno Stato membro si è mai svegliato la mattina dicendo: voglio l’Europa e andrò a votare chi me la porta».
leggi anche
Stefano Galiani a Money Talks. “Così in 10 anni perdi il 30% dei tuoi soldi sul conto corrente”
L’euro doveva essere forte, ci salva perché è debole
Quattordici anni dopo Il tramonto dell’euro, Bagnai conferma la tesi di sempre, ma con una torsione: «Non saremo noi a uscire dall’euro, sarà eventualmente l’euro a uscire da noi». La moneta unica, spiega, «fondamentalmente è servita alla Germania a svalutare», con due conseguenze: da un lato l’euro è diventato «sostenibile per noi in termini di rapporti di cambio» - oggi l’export italiano beneficia proprio della sua debolezza - dall’altro ha «fatto molto innervosire gli Stati Uniti», innescando la guerra commerciale «che però è stata dichiarata dall’Europa».
È il grande paradosso che Bagnai riassume citando un vecchio confronto televisivo con Corrado Passera: «Abbiamo bisogno di una moneta forte perché così è abbastanza debole da promuovere le nostre esportazioni». Una contraddizione che, a suo dire, si è ritorta contro chi la pronunciava: «Tutto quello che ci dicevano che ci sarebbe successo uscendo dall’Unione monetaria c’è successo dentro l’Unione monetaria. E non solo siamo ancora vivi, siamo anche più forti». L’euro si è svalutato di quasi il 20% - «cioè di quanto si sarebbe dovuta svalutare la lira» - e con il Covid l’Italia ha attraversato una recessione ben peggiore degli scenari catastrofisti dell’uscita.
Il conto degli anni dell’austerità, però, resta salato. Bagnai lo quantifica ricordando il grande shock del 2008, il primo gestito «secondo le regole europee». Rispetto al sentiero di crescita precedente «si crea un buco, sarebbero 600 miliardi di euro», frutto dei tagli a investimenti pubblici e pensioni. E cita, ancora una volta, l’audizione di Draghi al Senato: «Noi credevamo che dovevamo tagliare, però ci siamo accorti che tagliando diventavamo sempre più poveri».
leggi anche
La (semplice) formula per capire se investire oppure no, spiegata da Stefano Galiani a Money.it
Sorprende l’elogio, ripetuto più volte, a Mario Draghi: «Sono un bimbo di Draghi», scherza Bagnai, citando l’audizione dell’ex premier al Senato sulla competitività come la conferma «autorevole» delle sue tesi sulla svalutazione salariale. Il meccanismo, sintetizza, è semplice:
«Siamo passati da un sistema in cui se c’era uno squilibrio commerciale fra Italia e Germania si rivalutava il marco, a un sistema in cui si svalutano i salari italiani».
Da qui l’affondo sul «ce lo chiede l’Europa», che Bagnai definisce un caso da manuale di blame shifting:
«È la lotta di classe fatta con altri mezzi, con dei mezzi luridi, perché non consentono di attribuire le responsabilità politiche».
Ma anche flat tax, patrimoniale e debito pubblico
Sul fisco, Bagnai rivendica la razionalizzazione delle aliquote - «quando sono entrato in politica erano cinque, adesso siamo a tre» - e indica il vero nodo irrisolto, ovvero la giungla delle spese fiscali, deduzioni e detrazioni che valgono oltre 100 miliardi. Netta la bocciatura della patrimoniale:
«La ricchezza è l’accumulo di risparmi, quello che ti resta di un reddito che è già stato tassato».
Un tema, aggiunge, «estremamente demagogico», che «non colpisce il vero ricco».
Sul debito pubblico, l’invito è a rovesciare la prospettiva: «Anche il debito pubblico è un credito di qualcun altro», quello dei risparmiatori che comprano i titoli di Stato. «È sempre e solo un problema di crescita del reddito nazionale», e non di entità del debito.
Chiusura con uno sguardo al suo futuro editoriale, un memoir «da pubblicare postumo, perché vorrei scrivere la verità», un saggio dal titolo volutamente paradossale, Contro i giovani, e un manuale di economia accessibile a tutti. E sull’eterna domanda di Money Talks - i soldi fanno la felicità? - la risposta è da economista pratico: «Sì, se hai tempo di spenderli».