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di Glauco Maggi

Gli Usa verso la stagflazione Biden è il Carter del 21° secolo

Glauco Maggi

16 maggio 2022

Gli Usa verso la stagflazione Biden è il Carter del 21° secolo

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è il Carter del 21° secolo. Cosa sta succedendo in America?

«È l’economia, stupido!» Le parole con cui lo staff di Bill Clinton nel 1992 affondò le speranze di George W.H. Bush di essere riconfermato presidente è diventato un classico slogan di attacco che è (quasi) garanzia di successo dello sfidante in una campagna presidenziale. C’è stata, infatti, la sola eccezione del 2020, primo anno del Covid: il milione di morti negò di fatto a Donald Trump un bis che solo 10 mesi prima del voto era dato per scontato, grazie proprio alla eccellente performance economica sotto i primi tre anni della sua presidenza.

La “legge” dell’economia quale fattore dominante ha già, ora, riconquistato il centro del ring politico durante il primo biennio di Joe Biden. E lo ha fatto in una situazione in cui non mancano di sicuro altre questioni importanti nel calamitare le preoccupazioni del pubblico, dalla risposta alla invasione di Putin in Ucraina alla crisi sociale generata dall’immigrazione clandestina fuori controllo al confine con il Messico. Lo “stupido”, insomma, stavolta è Biden.

Tutto pesa, ma è la gestione governativa dell’economia e delle ripercussioni sulla vita delle famiglie a produrre segni inequivocabili di declino della leadership, sua e del partito democratico. La verifica più vicina sarà il voto di medio termine del prossimo autunno per il rinnovo del Congresso, in cui i Democratici perderanno senz’altro il controllo della Camera e con buone probabilità anche quello del Senato. Ma l’ombra di un Jimmy Carter redivivo nella Casa Bianca di Biden oscura fin d’ora le sue prospettive per il 2024.

Il Dipartimento del Commercio ha comunicato giorni fa la caduta del Prodotto Interno Lordo nel primo trimestre, -1,4%, uno schock dal +6,9% del trimestre precedente. Per convenzione, gli economisti dichiarano che il Paese entra in recessione dopo due trimestri consecutivi con il Pil in rosso, quindi è scattato l’allarme. Contemporaneamente, è stato annunciato dal governo che il “Personal consumption expenditures price index” (Pcepi, indice dei prezzi delle spese per i consumi personali), uno degli indicatori dell’inflazione, è schizzato al 7,9% su base annua, l’aumento più veloce dal 1982. Anche un altro classico termometro del costo della vita, il “Consumer price index” (Cpi, indice dei prezzi al consumo) è ai suoi massimi storici da 40 anni negli ultimi due mesi, + 8,5% in marzo e +8,3% in aprile su base annua.

Dal comunicato della settimana scorsa del Dipartimento del Lavoro relativo al mese di aprile emerge che i cosiddetti “core prices” (i prezzi che escludono quelli più volatili del cibo e dell’energia) sono saliti del 6,2% in aprile rispetto a 12 mesi fa. La crescita dal mese di marzo è stata dello 0,6%, il doppio dell’incremento mensile registrato in marzo su febbraio. L’inflazione, insomma, è molto sostenuta, e gli automobilisti, ossia il 90% dei cittadini, lo avvertono dolorosamente alla pompa di benzina: l’estate scorsa la media dei prezzi nel paese (esperienza personale, avendo viaggiato in auto da costa a costa) era dai 2,7 ai 3 dollari al gallone (quasi 4 litri), oggi è tra i 4,5 e i 5 dollari con punte di 6 in California.

Come reagisce il presidente Biden alla raffica delle notizie economiche, oggettivamente allarmanti perché presentano una economia a rischio di progressiva decrescita, che convive con un costo della vita in forte tensione? Il presidente ha offerto la sua ricetta anti-inflazione, keynesiana e dirigista, che punta su quattro filoni classici per la sinistra: l’aumento dei sussidi pubblici (per l’energia verde, le auto elettriche, l’assistenza ai bambini, la casa e altro); l’incremento della fiscalità (tassa speciale sui miliardari e introduzione della tassa sulla ricchezza, incostituzionale oltre che praticamente impossibile da riscuotere); la proliferazione delle regole (per esempio quelle che imbrigliano le attività delle aziende petrolifere e delle estrazioni idrauliche di gas naturale); il controllo dei prezzi delle medicine.

Nel rilanciare la settimana scorsa questo suo piano economico respinto mesi fa dalla fronda moderata del suo stesso partito, Biden ha dato la colpa dell’inflazione alla pandemia e a Putin. Ma la realtà è che l’inflazione nasce sempre dall’eccesso di liquidità sul mercato, e i democratici, con i soli loro voti, hanno fatto passare in Congresso nel marzo 2021 una legge di spesa per 1,9 trilioni di dollari che non era affatto necessaria per stimolare una ripresa già molto in salute. Quanto alla responsabilità del dittatore russo, l’inflazione era già al 7,9% al momento della invasione della Ucraina.

L’attuale scenario da incipiente stagflazione (stagnazione più inflazione), dovuto interamente alla regia del presidente Biden, rievoca quello che l’America ha vissuto negli Anni ’70-’80 e che ha saputo contrastare e battere con la politica monetaria restrittiva della Federal Reserve di Paul Volcker, e le politiche di tagli alle tasse e alle regolamentazioni di Ronald Reagan. A mitigare la paura di una replica immediata e drammatica di sapore carteriano, per ora, c’è la attuale quasi inesistente disoccupazione (al 3,6%), ma con un trend negativo nel tasso di partecipazione al lavoro della popolazione (Labor Force Participation rate) sceso dal 62.4% in marzo al 62.2% in aprile, il dato più basso negli ultimi tre mesi.

Un recente sondaggio Gallup evidenzia l’impatto negativo delle peggiorate condizioni economiche sulla stima dei cittadini nel presidente e nel partito democratico. Solo il 40% degli adulti ha “molta” o “un certo livello” di fiducia nella leadership di Biden. Il 38% promuove il lavoro del parlamentari democratici in Congresso, mentre il 43% approva il governatore della Federal Reserve Jerome Powell. Per il presidente è un calo drastico dal 49% di stima del 2021, mentre i repubblicani, con il 40% di approvazione, superano i democratici. Non sono per niente pochi i due punti di vantaggio per il Gop, perché tradizionalmente i repubblicani sono sempre stati giudicati peggio dei democratici nel gestire gli affari economici.

La crescita della stima del paese nei loro confronti la si può valutare confrontando il 40% attuale con il dato del 2014, quando solo il 24% aveva fiducia nel Gop. Il sondaggio Gallup fa pure notare che il 40% pro Biden piazza quest’ultimo sotto la media storica delle valutazioni dei recenti presidenti (Bush, Obama, Trump) nel maneggiare l’economia. Megan Brenan, rappresentante della Gallup, ha precisato cosi’ la bocciatura dell’attuale presidente: «Dal 2001, i presidenti americani hanno registrato una media del 52% di stima degli elettori nelle loro capacità di raccomandare la direzione giusta per l’economia». È un gap di 12 punti assai arduo da colmare, e Biden è il Carter del 21esimo secolo.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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