Iperinflazione: cos’è e differenze con inflazione

Giulia Manzi

04/05/2022

04/05/2022 - 11:55

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Tutte le ripercussioni economiche e sociali con un’iperinflazione, ossia un’inflazione con tasso di crescita oltre il 50%.

Iperinflazione: cos'è e differenze con inflazione

Inflazione: una parola comune nel dibattito economico contemporaneo. Un termine che indica un aumento progressivo generale dei prezzi di beni e servizi, ma anche la diminuzione progressiva del potere d’acquisto (quindi il valore) della moneta. Fenomeno comune nell’ambito finanziario, che può assumere diverse forme a seconda del valore percentuale di aumento dei costi.

Viene definita, infatti, “inflazione strisciante” quando si ha un aumento inferiore al 10% ma prolungato, o “inflazione galoppante” quando l’aumento è rapido e irrefrenabile.

Eppure, di fronte a tali processi controllabili, c’è un tipo di inflazione che rischia di sfuggire del tutto al controllo e che porta con sé gravi conseguenze: l’iperinflazione, una crescita dei prezzi superiore al 50% in un mese che si protrae per lungo tempo.

Cos’è l’iperinflazione?

L’iperinflazione costituisce un aumento rapido e sfrenato dei prezzi di beni di consumo e servizi, i quali arrivano ad aumentare del 50% o più ogni mese. È un fenomeno eccezionale, diffuso per lo più in tempi di crisi o forti turbamenti economici, e può essere collegato all’eccessiva stampa di denaro da parte di una banca centrale. La sua sporadicità non deve portare a sottovalutarla, da un lato perché tende a colpire i settori di prima necessità, come cibo e carburante, dall’altro perché tende a sfuggire dal controllo statale e portare a vere e proprie crisi economiche.

Come funziona l’iperinflazione

A differenza dell’inflazione, che si misura in termini di incremento mensile, l’iperinflazione si calcola in termini di incremento giornaliero che può essere compreso tra il 5% e il 10% quotidiano.
Se il tasso d’inflazione si prolunga a tal punto da provocare un incremento mensile superiore al 50%, allora si parla di iperinflazione.

Un aumento così consistente dei prezzi non è esente da gravi conseguenze economiche, soprattutto se prolungato nel tempo: consumatori e aziende necessitano di maggiori introiti, o sono costretti a sostenere spese più alte, per sopperire all’aumento; la tendenza all’accumulo di beni di prima necessità in momenti di pseudo-stabilità, o prima di un ulteriore incremento dei costi, rischia di creare carenze di approvvigionamento alimentare; la diminuzione del potere d’acquisto porta alla svalutazione totale o parziale dei contanti o dei risparmi depositati in banca. Tutte queste condizioni possono condurre al fallimento delle aziende, o al collasso finanziario dei nuclei familiari.

Proprio il rischio di svalutazione della moneta può spingere i privati a non depositare i propri averi negli istituti finanziari: banche e istituti di credito rischiano così di cessare l’attività. Allo stesso tempo, il rischio della diminuzione delle entrate fiscali, se consumatori e imprese si trovano in stato d’indigenza, può comportare la mancata fornitura di servizi di base da parte dei governi, quali: assistenza sanitaria, mantenimento delle infrastrutture, investimenti nella pubblica istruzione.

Cause comuni e problemi dell’iperinflazione

L’iperinflazione si verifica di solito in tempo di guerra, o in periodi di forte turbamento economico.
Tra le cause più comuni che possono portare a un aumento dei prezzi esponenziale troviamo un’eccessiva offerta di moneta e una perdita di fiducia nel sistema economico o monetario.

Offerta eccessiva di moneta

L’iperinflazione può verificarsi in tempi di forti turbolenze finanziarie o durante fasi di depressione economica. Un esempio fra tutti: la crisi del ’29, o Crollo di Wall Street, che segnò l’inizio della Grande Depressione, un momento che sconvolse l’economia mondiale alla fine degli anni Venti e le cui ripercussioni si avvertirono anche nel decennio successivo.

La depressione, a livello economico, è un periodo prolungato di un’economia di contrazione, ovvero un periodo finanziario in cui il tasso di crescita è negativo. A differenza della recessione, in cui la crescita negativa si verifica per più di due trimestri, la depressione ha una durata estremamente lunga e conseguenze molto più consistenti nel tempo.

Caratteristiche di una fase di depressione, sono l’aumento del tasso di disoccupazione, fallimenti aziendali e personali, una minore produzione e meno prestiti o credito disponibile. A questi elementi, lo Stato generalmente risponde con un aumento dell’offerta di moneta da parte della banca centrale, in modo da incoraggiare gli istituti di credito a far circolare denaro tra consumatori e imprese, per creare spese e investimenti.

È tuttavia complesso e rischioso procedere con una distribuzione massiccia di denaro: se questa, infatti, non è supportata dalla crescita economica misurata del Pil (Prodotto Interno Lordo), si rischia l’iperinflazione.

Il Pil, strumento di misura della produzione di beni e servizi in un’economia, necessita di una crescita costante; in caso contrario, le imprese sono costrette ad aumentare i prezzi per incrementare i profitti e non dichiararsi fallimentari.

A quest’aumento del costo della vita, rispondono i consumatori che, avendo una maggior disponibilità di liquido, accettano di pagare l’incremento di prezzi.
Col peggioramento dell’economia – quindi con la mancata crescita del Pil – la banca centrale stampa più denaro, le aziende continuano ad aumentare i prezzi e i consumatori pagano di più, conducendo alla svalutazione della moneta e a un circolo vizioso di iperinflazione.

Perdita di fiducia nell’economia o nel sistema monetario

L’iperinflazione, con la perdita di potere d’acquisto, la difficoltà ad accedere a beni di prima necessità e il crollo delle imprese, comporta non solo un crollo economico gravissimo, ma anche e soprattutto una perdita di fiducia nelle istituzioni economiche e finanziarie, nonché nella valuta stessa di un Paese e nella capacità della banca centrale di mantenerne il valore.
Se la valuta di un Paese non è ritenuta affidabile, infatti, le aziende che vendono merci d’importazione o di esportazione richiedono un premio di rischio per l’accettazione della valuta, con un conseguente aumento di prezzi che rischia di essere esponenziale, con conseguente iperinflazione.

Non è inoltre da sottovalutare la svalutazione della moneta interna: quando la percezione della valuta è di poco o nessun valore dai consumatori, le persone iniziano ad accumulare merci e beni di valore, così da prepararsi a periodi economici più duri. L’investimento collettivo e privo di controllo in beni di prima necessità (per esempio cibo e carburante), alle volte perfino deperibili, conduce, nel momento di innalzamento dei prezzi, a una scarsità di questi. Con la diminuzione dell’offerta e l’aumento della domanda, i prezzi si innalzano sempre di più e il governo è costretto, in un circolo vizioso, a stampare ancora più moneta nel tentativo di stabilizzare i costi e fornire liquidità.

Con la mancanza di fiducia nella valuta di un Paese, si verifica anche un processo di deflusso di investimenti dallo Stato: gli investitori vendono gli investimenti del proprio Paese in cambio di quelli di un altro con una moneta più stabile. Questi deflussi vengono gestiti dalla banca centrale, che può imporre dei controlli sui capitali, vietando di fatto di trasferire denaro fuori dallo Stato. A riprova, il controllo massiccio su spostamenti di grandi somme di denaro su conti esteri, soprattutto in periodo di guerra o di turbolenza economica.

Esempi di iperinflazione

Nella storia sono presenti numerosi esempi di iperinflazione. Uno dei più celebri accadde nella Germania degli anni Venti.
Dal 1914 si verificò una congiuntura economica sfavorevole che vide protagonista l’abbandono del cosiddetto “gold standard” (il sistema aureo), così da poter finanziare la guerra. Il poter convertire l’oro in moneta creò una disponibilità monetaria pari all’oro conservato nelle riserve della banca centrale, che condusse a una forte svalutazione del marco.

Nel 1920 il costo della vita era già nove-dieci volte superiore a quello del 1914 e il termine del conflitto a sfavore della Repubblica di Weimar, con le ingenti tassazioni a cui fu sottoposta, condusse la Germania a stampare più moneta. Il 15 novembre 1923, al cambio, erano necessari 4.200 miliardi di marchi per acquistare un dollaro.
Di quel periodo, ci restano fotografie tragiche della popolazione che trasportava i propri soldi con una carriola per andare ad acquistare beni di prima necessità.

Spostandosi su tempi più recenti, all’inizio degli anni ’90 il leader jugoslavo Slobodan Milosevic saccheggiò il tesoro nazionale, spingendo la banca centrale a emettere 1,4 miliardi di dollari di prestiti ai suoi affiliati.
L’ex Jugoslavia, già provata da un tasso di inflazione superiore al 76% annuo, dovette provvedere a una stampa eccessiva di denaro, per far fronte ai propri obblighi finanziari, dando vita a uno dei fenomeni di iperinflazione più prolungati e gravi della storia.

Nel 1992, la valuta jugoslava, il dinaro, era stata svalutata dell’80% rispetto al marco, la moneta alla quale era allineata. Le banche private acquistarono valuta straniera a un tasso più alto di quello ufficiale per garantirsi una valuta pregiata; i cittadini dovettero ritornare al baratto e il raddoppio quasi quotidiano del tasso di inflazione portò a una percentuale di questo di circa 313milioni% al mese.

L’iperinflazione fu presto fuori controllo: la svalutazione del dinero impedì al governo di finanziare gli apparati produttivi, conducendoli a una totale immobilità, mentre l’aumento della domanda di beni di prima necessità e l’abbassamento del potere d’acquisto dei salari condusse alla carenza di cibo e a una diminuzione del reddito oltre il 50%. La crisi si risolse con la sostituzione della valuta con il marco tedesco, che portò a una stabilizzazione dell’economica, non senza sofferenze per il paese.

Attualmente, l’esempio di iperinflazione più conosciuto è quello dello Zimbabwe. Cominciata nei primi anni 2000, per la necessità di pagare il debito al Fondo Monetario Internazionale, e vedendo tra le sue cause principali la stampa eccessiva di moneta per finanziare la guerra in Congo, la crisi portò il dollaro locale a una svalutazione tale che, a fine giugno 2008, necessitavano 200 miliardi di dollari zimbabwiani per un dollaro statunitense.

Anche nello Zimbabwe, come per il caso dell’ex Jugoslavia, la soluzione prescelta per risolvere l’iperinflazione fu il cambio di valuta. Nel 2009 il governo smise di stampare moneta e adottò come valute di riferimento il rand sudafricano e il dollaro statunitense, ma il provvedimento non portò i risultati sperati, in quanto inficiato dalla riadozione della moneta locale nel 2019, con un successivo incremento dell’inflazione del 175%.

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