Dopo averci stordito per anni con la necessità di sottrarre i governi ed i regolatori al ricatto del gigantismo bancario, quello che punta sul “too big to fail” per imporre salvataggi pubblici e politiche regolatorie favorevoli, la memoria corta ha avuto nuovamente la meglio.
L’europeismo si misura col gigantismo, e soprattutto con l’americanismo: l’Europa fatta di staterelli e di politiche nazionali non potrà mai competere con Usa e Cina. Vale anche per le banche: se rimangono rinserrate nei confini nazionali non potranno mai raggiungere le dimensioni dei loro concorrenti.
Il bello è che gli stessi commentatori che sostengono queste posizioni sono quelli che ci raccontano dei rischi giganteschi per la stabilità che sta correndo il sistema cinese per via della enorme concentrazione bancaria e dei continui interventi d’emergenza assunti congiuntamente dalla Fed, dal Tesoro statunitense e dalla FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) per rifornire di liquidità le banche che hanno enormi perdite potenziali e che dunque perdono continuamente depositi, avendo in portafoglio bond che hanno tassi molto più bassi di quelli correnti sul mercato.
Sembra che tutti abbiano dimenticato che la crisi dell’Eurozona è stata innescata da un sistema bancario nord-europeo, soprattutto quello tedesco, che aveva cercato di compensare lo scarso rendimento del credito erogato all’interno, con tassi estremamente favorevoli alle imprese che erano così più competitive di quelle italiane che dovevano pagare invece maggiori costi, con investimenti sull’estero ad alto rischio: comprando titoli di società che avevano cartolarizzato i mutui subprime delle famiglie americane, prestando fondi alle banche spagnole che non potevano contare sul risparmio interno per finanziare la bolla immobiliare, oppure ancora comprando banche greche e rifornendole di fondi per erogare prestiti a tassi elevatissimi.
Per coprire le perdite subìte con il collasso del sistema dei mutui americani sub-prime, le banche tedesche hanno chiesto il rientro immediato dei fondi che avevano prestato all’ingrosso sul mercato interbancario, facendo deflagrare la crisi bancaria in tanti Paesi: dalla Grecia alla Spagna, all’Italia. Lo spread sui titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, in continuo rialzo rispetto al tasso pagato dal Bund, serviva per fare cassa!
La memoria è davvero una merce rara!
Come se non fosse bastata l’esperienza degli anni 2010-2012, si dimenticano interventi drastici a livello regolatorio che sono stati necessari per superare quella crisi spaventosa, con gli Stati che hanno erogato immediatamente ogni genere di sussidi e di garanzie per salvare le banche in crisi e poi con la creazione della Banking Union e la sottrazione alle singole Banche centrali nazionali della vigilanza precauzionale sugli istituti rilevanti a livello sistemico devolvendola alla Bce, e con la necessità di valutare il rischio del credito erogato sulla base delle singole categorie di affidamento per integrare conseguentemente il capitale di riserva e creare l’occorrente buffer di liquidità, lo stesso recentissimo Rapporto Draghi sulla competitività dell’Europa ha invece stigmatizzato la scarsa propensione del sistema bancario europeo ad assumere rischi finanziando l’economia reale nei settori più innovativi, essendo quindi necessario procedere velocemente alla creazione di un Mercato Europeo dei Capitali.
Insomma, da una parte si chiede al sistema bancario europeo di essere molto prudente, imponendo misure regolatorie pesantissime a garanzia dei rischi più elevati, e poi lo si censura accusandolo di non sostenere adeguatamente l’economia reale.
È ricominciata la corsa al gigantismo bancario ed alle acquisizioni transfrontaliere: così si spostano i risparmi da un Paese all’altro e si compensano i bassi ritorni di un sistema creditizio con gli alti tassi imposti in un altro.
Ma, soprattutto, si mettono a frutto i profitti enormi derivanti dall’aumento dei tassi deciso dalla BCE per stroncare l’inflazione: in Italia, per non pagare la supertassa, molti utili bancari non sono stati distribuiti ed ora trovano un impiego finanziario. Da Unicredit che ha preso di mira la tedesca Commerzbank ad Unipol che guarda con interesse al Monte dei Paschi, non saranno i capitali freschi versati dagli azionisti a finanziare le acquisizioni, ma gli aumenti delle rate dei mutui sulle case e del costo dei prestiti pagati dalle imprese.
L’economia non cresce, ma le banche si fanno sempre più grandi e potenti: questo è il solo gigantismo che piace a Bruxelles ed a Francoforte.