L’unico rischio (reale) è quello di rimanere ancora underweight sul comparto difesa

Mauro Bottarelli

16 Novembre 2022 - 07:45

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Mentre la Polonia di fatto ridimensiona l’accaduto, invocando «solo» l’Articolo 4 della Nato per consultazioni, più di un segnale sembra delineare un regime da Guerra Fredda permanente. Molto bullish

L'unico rischio (reale) è quello di rimanere ancora underweight sul comparto difesa

Mentre la stessa Polonia invocava l’articolo 4, di fatto ammettendo implicitamente come la versione dei missili russi volontariamente sparati sul proprio territorio sia totalmente inconsistente e a forte di rischio di tramutarsi in un fait accompli dalle conseguenze - quelle sì - drammaticamente imprevedibili, solo tre persone evocavano l’azione contro Mosca: Volodymir Zelensky, Enrico Letta e Carlo Calenda. Inutile aggiungere altro.

Cosa comparta l’attivazione dell’articolo 4 della Nato? Di fatto, prendere tempo in attesa di maggiori elementi di valutazione. Implica infatti consultazioni fra gli Stati membri richieste da uno di essi, al fine di valutare l’accaduto. In caso di presa d’atto di prove inconfutabili di un’aggressione terza, allora entra in campo la mutua assistenza prevista dall’articolo 5. Nella fattispecie, la guerra fra Nato e Russia. Ma si sa, i dossier aperti ex articolo 4 giungono sempre alle conclusioni che fanno comodo. Mai all’eventuale realtà.

Situazione totalmente gonfiata ad arte, insomma? Parzialmente, sì. Fin dal mattino, poiché agli spiragli di pace emersi dal pre-vertice G20 di Bali, Mosca aveva risposto con una tempesta di missili sul Kiev. Un chiaro segnale di marcatura del territorio della deterrenza nucleare globale, stante l’assenza di Vladimir Putin dal vertice e le strane voci di ricovero in Indonesia del ministro degli Esteri, quel Serghei Lavrov rientrato a Mosca dopo il primo giorno di lavori.

Insomma, la Russia ha ricordato a tutti - e a modo suo - di non dare troppo per scontato, forse seccata dalle dieci richieste avanzate in video-collegamento dallo stesso Zelensky. E questa volta, persino la Cina potrebbe essere stata destinataria di quel messaggio di disagio. Ieri, poi, era il giorno del grande annuncio di Donald Trump, il suo rompere gli indugi verso la ricandidatura nel 2024. Nemmeno a dirlo, nessuno si è filato l’editto di Mar-a-Lago Mentre ancora si contano i voti del mid-term.

E proprio per il timore di un’ondata rossa, ecco cosa avveniva in contemporanea alla crisi polacca negli Stati Uniti:

Joe Biden chiedeva al Congresso 37,7 miliardi di aiuti supplementari all’Ucraina, di fatto una sorta di garanzia sul futuro impegno Usa al fianco di Kiev. Succeda quel che deve succedere. Non a caso, la richiesta è stata avanzata formalmente nel periodo di cosiddetta lame duck del Presidente. Tradotto, il warfare non può permettersi il lusso di eventuali contorsioni repubblicane di politica interna. Serve moltiplicatore del Pil da spesa militare, stante la recessione alle porte e i numeri spaventosi dei licenziamenti annunciati o già posti in essere dalle grandi multinazionali Usa nel mese di novembre.

Insomma, al netto di un clima da Dottor Stranamore per quello che appare un incidente e che apre scenari inquietanti rispetto all’operatività della difesa contraerea polacca, l’unico rischio reale che emerge dall’accaduto è quello di rimanere underweight sul comparto difesa. Non a caso, Northrop è volata a +5% in pochi secondi dopo la diffusione della notizia dal confine fra Ucraina e Polonia. Perché l’accaduto, lungi dal generare un’escalation fra Nato e Russia, potrebbe tradursi in un periodo prolungato di military readiness generale e globale. Una nuova Guerra Fredda.

Ovvero, una corsa agli armamenti mondiale. Un’esplosione delle spese di difesa. Dalle armi alla cyber-security, dall’aerospaziale all’intelligence: la guerra è bullish. E permette di evitare eccessive capriole alle Banche centrali, poiché al netto di rialzi dei tassi che - se proseguiti con questa lena - rischiano di amplificare il ricasco occupazionale e recessivo, è comunque prematuro pensare a uno stop che si tramuti nell’arco di breve tempo addirittura in tagli o attivazione di nuovi programmi espansivi.

Magari può scapparci un’Operation Twist dal retrogusto di patriottismo, tale da liberare un po’ di benedetta liquidità attraverso un intervento del Tesoro sulle scadenze più lunghe dei Treasuries. E i tamburi di guerra con la loro retorica e il loro carico emotivo ovviamente esonderanno sui media e sui social, garantendo a governi e istituzioni sovranazionali un alibi inattaccabile per una corsa al riarmo con tutti i crismi dell’El Dorado.

E per chi pensasse che tutto questo sia frutto di cinismo, ecco che questa tabella

Classifica dei più grandi «creatori di occupazione» del mondo Classifica dei più grandi «creatori di occupazione» del mondo Fonte: Statista

sembra togliere ogni residuo di poesia da difesa della democrazia alla situazione: piaccia o meno, la guerra è il più grande datore di lavoro e creatore di occupazione al mondo (insieme alla sanità inglese). Gli eserciti di India, Usa e Cina sono lì a confermarcelo con i loro numeri (e budget) da record. Insomma, evitate di attrezzare la cantina a rifugio e spendere lo stipendio in acqua, cibo in scatola e generatori. Almeno per adesso. Apparentemente, suona più saggio trovare un buon consulente finanziario. Ma prima che i prezzi del comparto, loro sì, esplodano.

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