Nel panorama finanziario globale, un’onda di portata significativa si sta profilando all’orizzonte: il valore degli investimenti alternativi - vale a dire quelli che esulano dai tradizionali mercati azionari e obbligazionari - è destinato a salire a quota 32.000 miliardi di dollari entro il 2030.
Questo dato emerge dal rapporto di Preqin, società britannica specializzata nella raccolta, analisi e fornitura di dati sui mercati finanziari privati, intitolato “Private Markets in 2030”, che offre una fotografia non soltanto quantitativa ma anche qualitativa di una trasformazione profonda in atto nei mercati del capitale.
Tutti pazzi per gli investimenti alternativi
Gli attivi gestiti nei mercati alternativi - compresi i capitali di private equity, hedge fund, immobiliare, infrastrutture, risorse naturali e credito privato - dovrebbero aumentare del 60% nei prossimi 5 anni.
Tra i fattori trainanti spicca la ripresa delle operazioni IPO e delle fusioni-acquisizioni, i tassi d’interesse in calo che rendono meno conveniente il debito tradizionale e il boom dell’intelligenza artificiale, che agisce come volano per investimenti privati e infrastrutturali.
In particolare, per il credito privato la crescita attesa è enorme: sarebbe in vista raddoppio fino a circa 4.500 miliardi di dollari entro il 2030.
Altro cambiamento di rilievo? La crescente importanza del segmento degli “ultra-high-net-worth individuals” (UHNW), individui con un patrimonio netto estremamente elevato, con almeno 30 milioni di dollari in attività finanziarie investibili, e dei family office, che diventano un canale fondamentale per il capitale alternativo.
Cosa cambia per gli investitori?
Un salto dimensionale di questa portata non si limita a una mera cifra. Rappresenta una svolta strutturale nel modo in cui si investe, nel modo in cui anche solo si guarda agli investimenti.
Il modello tradizionale 60/40, un’allocazione ripartita tra azioni e obbligazioni, viene messo in discussione. Secondo Preqin, i portafogli stanno progressivamente virando verso uno schema “50/30/20”, dove il mercato privato occupa una fetta crescente. Per l’investitore istituzionale così come per il risparmiatore più evoluto, ciò significa pensare in termini di orizzonte lungo, liquidità più ridotta e rischio diverso rispetto agli asset tradizionali.
Asset liquidi vs illiquidi
Gli asset alternativi sono tipicamente meno liquidi, hanno fondi chiusi, lock-up (periodo di tempo durante il quale un investitore non può ritirare o riscattare il proprio capitale), minor trasparenza. La crescita del credito privato, infrastrutture e private equity suggerisce che l’illiquidità sarà un trade-off accettato da chi punta a rendimenti superiori o a diversificazione reale. Ma è proprio sui meccanismi di exit, sui costi e sull’allineamento degli incentivi sarà necessario fare ulteriore chiarezza.
I segmenti più promettenti
L’intelligenza artificiale, il completamento delle reti di comunicazione, l’energia “verde”, i data-center: questi segmenti stanno spingendo investimenti infrastrutturali e tecnologici che, secondo il rapporto, arriveranno a circa 3.000 miliardi di dollari entro il 2030. Ciò significa che l’asset class “infrastrutture” uscirà dalla sua dimensione di nicchia, diventando sempre più centrale nei portafogli alternativi.
Con le grandi istituzioni che faticano a incrementare le allocazioni, è il capitale privato ad assumere un ruolo sempre più cruciale. Il rapporto sottolinea che i family office e gli investitori UHNW potrebbero rappresentare da soli il 30-40% del capitale raccolto nei fondi principali in futuro. Un cambiamento che solleva però questioni riguardo alla governance, alla trasparenza e all’accessibilità. Non tutti gli investitori privati, infatti, hanno le stesse condizioni di accesso o gli stessi livelli di esperienza.
Non si tratta di un invito a investire indiscriminatamente, ma piuttosto a valutare un’entrata con consapevolezza. Ma il messaggio oramai è chiaro: gli investimenti alternativi stanno passando da “complementari” a “centrali” , una manifestazione di un cambiamento strutturale nei modelli di investimento, nella tecnologia, nella composizione degli attori e nei flussi di capitale.
Per investitori italiani o europei che guardano al panorama globale è il momento di riflettere. Non è solo una moda. È una trasformazione radicale.