Sembrava una soluzione di investimento destinata solo a chi ha tanti soldi. Negli ultimi tempi invece i cosiddetti private markets o asset alternativi – come talvolta chiamati - si sono democratizzati, diventando alla portata anche di portafogli di piccole e medie dimensioni. Non certo per chi dispone globalmente di 10.000 euro ma quanto meno per chi ne possieda almeno 100.000. Gli intermediari bancari li propongono infatti sempre più a una vasta platea di clienti, in quell’ottica di diversificazione fondamentale in tempi incerti quali gli attuali.
Cosa sono
Spieghiamo a chi non li conosca la struttura di quelli che inevitabilmente in italiano vengono definiti i “mercati privati”. Che senso ha chiamarli come tali in un settore – quale l’economia – in cui di fatto solo i titoli di Stato e qualche società sono pubblici? L’origine dell’enunciazione viene – come spesso succede – dalla terminologia finanziaria d’oltre Oceano. I private markets sono investimenti non quotati in Borsa. Comprendono una molteplicità di asset, distribuiti su diverse categorie, tra cui il capitale di società non trattate su listini regolamentati (private equity), le infrastrutture e i prestiti privati (private debt). Di fatto è l’economia reale alla quale si rivolgono leader mondiali specializzati puntando su grandi prospettive di crescita e quindi su potenziali elevati profitti nel tempo.
Ecco qualche esempio
Leggendo i documenti relativi ai private markets si trovano i dettagli di investimenti anche molto particolari: per esempio nei sistemi di pagamento autostradali, settore ad alta liquidità e redditività, in operazioni di acquisto di catene di ristoranti, di aziende specializzate in nuove tecnologie, in infrastrutture portuali e la casistica potrebbe proseguire con tantissime altre opzioni.
Quasi sempre si tratta di operazioni realizzate nei Paesi sviluppati, per incrementare quel concetto di diversificazione che sta alla base della loro offerta. Tutto questo avviene sebbene la conoscenza dei relativi asset sia ancora marginale, salvo da parte dei family office (società di servizi che gestiscono patrimoni di una o più famiglie facoltose) o di investitori dei private bancari.
La democratizzazione cui accennavamo innanzi si è confermata con l’entrata in scena anche di Etf specifici, che in realtà non effettuano collocamenti diretti sull’economia ma lo fanno attraverso le società specializzate nel settore. Per esempio Blackstone, KKR, Apollo e tante altre.
Magari sono nomi poco conosciuti da chi sia ai primi passi in finanza ma noti invece a chi legge l’attualità economica. Spesso infatti scommettono con scopi speculativi su società da ristrutturare per poi cederle ad altri. Con business molto remunerativi, di cui gode l’investitore che abbia acquisito quote proprio di private markets.
Il private equity
Con il private equity si guarda in particolare alle piccole e medie imprese che necessitano di risorse per crescere in tutti i sensi. Concretamente tale attività non si limita però solo all’apporto di capitale di rischio ma abbraccia anche altre funzioni importanti per l’elaborazione della vita societaria, tra cui supporto al management, condivisione di know-how, esperienze professionali, contatti e relazioni istituzionali.
I gestori di tale tipo impiegano il denaro raccolto per aiutare le società su cui puntano a crescere e a diventare più redditizie. Possono utilizzare varie strategie per aumentarne il valore, come creazione di inedite attività, espansione geografica, acquisizioni strategiche o miglioramento dell’efficienza operativa per ridurre i costi.
I tempi in tal caso sono lunghi: gli operatori specifici fanno il lavoro e poi le pongono sul mercato, in alcuni casi quotandole in Borsa.
Le infrastrutture
In tempi di potenziale crisi da dazi il settore delle costruzioni pubbliche svolge e svolgerà ancor più in futuro un ruolo importante. Contribuiranno infatti alla crescita dell’economia con impatti rilevanti sul miglioramento delle comunicazioni di tutti i tipi a livello nazionale e internazionale. Quando si parla di infrastrutture si pensa quasi sempre agli interventi pubblici nei trasporti e nell’energia.
Con la crisi dei debiti statali del 2008-2009 il contributo dei privati è però aumentato. Ora il capitale di questo tipo sostiene e alimenta un’ampia gamma di asset essenziali, dalle reti elettriche ai data center.
I private markets sono decisivi perché le sfide risultano enormi: bisogna infatti operare in ambiti inediti, per esempio quelli delle tecnologie energetiche, degli impianti per la riduzione dell’inquinamento, delle catene logistiche e sempre più della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, per citare solo alcuni casi. Nuove aziende entrano infatti in scena e necessitano di capitali importanti.
Il private credit
Come il private equity è un’alternativa alla quotazione in Borsa delle società, il private credit lo è rispetto alle classiche obbligazioni trattate sui mercati regolamentati. Si tratta di fatto di bond con rendimenti più elevati, proprio perché non quotati, ma illiquidi.
Nessun piccolo o medio investitore potrebbe accedere a questo mercato, più rischioso e soprattutto caratterizzato appunto dalla non liquidità. I grandi investitori dei private markets lo fanno invece, poiché hanno le conoscenze per scegliere e soprattutto perché possono andare a scadenza, esigenza che per degli strumenti illiquidi è importante.
I punti forti
Perché valutare l’opzione dei private markets? Vediamo innanzi tutto le loro caratteristiche positive.
● Hanno rendimenti normalmente molto elevati (un valore indicativo medio? Sul 10% annuo ma anche più), che in alcuni casi si traducono nella capitalizzazione dei profitti e in altri invece nella loro distribuzione nel tempo.
● Rappresentano un’ottima forma di diversificazione degli investimenti, puntando sull’economia reale in maniera diretta.
● La loro volatilità è inferiore rispetto a quella dei prodotti quotati in Borsa, dato che non esiste un mercato in cui siano scambiati. Salvo in casi di crisi strutturali dell’economia non sono quindi soggetti a improvvisi e inattesi crolli.
● I tagli minimi sono scesi negli ultimi anni e in alcuni casi si limitano addirittura a 10.000 euro o poco più.
● C’è una forte differenziazione dei settori su cui operano.
● Ottima la protezione dall’inflazione.
● È un modo per seguire le evoluzioni tecnologiche, perché alcuni fondi di private markets sono specializzati in tale ambito.
● Si tratta di fondi autonomi e separati patrimonialmente dalla società che ne ha promosso la raccolta, risultando quindi slegati dalla stessa e da ogni altro patrimonio da essa gestito.
I punti deboli
Naturalmente presentano anche degli aspetti critici.
● I gestori (soprattutto Usa) operano in totale autonomia.
● Nel caso di necessità di disinvestimento i tempi possono essere di settimane o di mesi.
● Non c’è una valorizzazione giornaliera: l’attualizzazione degli investimenti è quindi poco precisa. Occorre così spesso accedere al sito dell’emittente e trovare i riferimenti dello strumento su cui si è investito.
● Per ora interessano soprattutto chi ha rilevanti capitali ma se ne prevede una buona crescita nei prossimi anni nei portafogli del retail.
● Sono ancora poche le piattaforme che consentono l’accesso ai private markets.
● Negli ultimi anni molti di questi fondi hanno puntato sulla tecnologia, con una scarsa evidenza sui settori cui stanno rivolgendosi.
● Non esiste ancora una definizione univoca di private markets. Gli operatori vanno quindi un po’ a spanne nel delinearli.
Bisogna capirli e occorre avere prospettive di lungo termine: solo così i private markets risultano un modo realmente diverso di investire sull’economia reale, come se si fosse dei veri e propri investitori, con tutti i profitti e anche i rischi che ciò comporta.