Come nel 2011 per l’Italia, quando i BTP rendevano oltre il 6% su tutta la curva dei tassi, in questi giorni anche per la Francia si parla di un rischio di uscita dall’euro e di un ritorno al franco come divisa ufficiale per i transalpini. Chi scrive o parla di questi rischi non conosce bene il funzionamento della moneta unica, né il suo trattato istitutivo. Senza entrare nei documenti che sono stati scritti a riguardo(*).
È ampiamente sostenuto che non sia possibile per un Paese dell’area euro uscire dalla moneta unica senza uscire anche dall’Unione Europea. Le ragioni principali sono legate all’assenza di un quadro giuridico esplicito per una tale uscita e alle complessità economiche e finanziarie che ne deriverebbero. Vediamo in estrema sintesi quali sono:
1. Assenza di un quadro giuridico
I trattati dell’Unione Europea non prevedono una procedura per l’uscita di un Paese dalla sola zona euro. La creazione dell’Unione Monetaria è stata concepita come un processo «irreversibile» e «irrevocabile».
Per la verità esiste l’articolo 50. Infatti, l’unico meccanismo di recesso previsto dai trattati è l’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che disciplina l’uscita completa di uno Stato dall’Unione Europea. Di conseguenza, un Paese che volesse abbandonare l’eurozona e ritornare alla divisa nazionale ante-trattato, dovrebbe prima uscire dall’intera UE.
| DA SAPERE L’articolo 50 dice che ogni stato membro può decidere di ritirarsi dall’Unione europea conformemente alle sue norme costituzionali. Se decide di farlo, deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione e negoziare un accordo sul suo ritiro, stabilendo le basi giuridiche per un futuro rapporto con l’Unione europea. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli stati membri e deve avere il consenso del parlamento europeo. I negoziatori hanno due anni a disposizione dalla data in cui viene chiesta l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma questo termine può essere esteso. Se in un momento successivo lo stato che ha lasciato l’Unione vuole rientrarvi deve ricominciare le procedure di ammissione. Nessuno stato ha mai invocato finora l’articolo 50, a parte il Regno Unito, che però non faceva parte dell’area euro. |
2. Implicazioni economiche e finanziarie
Le implicazioni economiche e finanziarie sono le più pesanti e rischiose per i mercati finanziari e non solo per il Paese che esce dalla divisa unica.
Ridenominazione dei contratti: la questione più complessa e potenzialmente più destabilizzante riguarda la ridenominazione dei contratti. Se un Paese reintroducesse una propria valuta, si porrebbe il problema di come gestire tutti i contratti, debiti e crediti esistenti (tra privati, tra banche, tra Stato e creditori esteri) che sono denominati in euro. Non è chiaro se tali obbligazioni verrebbero automaticamente convertite nella nuova valuta e a quale tasso di cambio. Ciò potrebbe scatenare un’ondata di contenziosi legali a livello internazionale, con conseguenze disastrose.
Direi che al 90% ogni creditore pretenderebbe di essere pagato comunque in euro dal debitore, temendo la svalutazione disastrosa della nuova divisa, ed otterrebbe ragione da qualsiasi giudice. L’aspetto più spinoso riguarderebbe invece la ridenominazione “erga omnes” del debito pubblico del Paese uscente nella nuova divisa domestica: qualsiasi detentore di titoli di stato potrebbe fare causa a quello stato debitore (class action) perché all’atto dell’acquisto del bond governativo non era previsto nel bando di emissione la possibilità di riconvertire il bond medesimo in una valuta diversa dall’euro durante la vita del prestito. Anche qui, qualsiasi giudice darebbe ragione agli investitori detentori del bond governativo. Tuttavia la vendita incontrollata dei titoli di stato porterebbe a crollo dei prezzi e al rialzo dei rendimenti, al solo annuncio della uscita dalla moneta unica.
Volatilità finanziaria: l’introduzione di una nuova valuta comporterebbe un’enorme incertezza sui mercati. Ci sarebbe una forte speculazione contro la nuova moneta, con il rischio di una svalutazione incontrollata. La speculazione al ribasso verrebbe sia da parte degli investitori stranieri che da parte degli investitori domestici: chi vorrebbe detenere una nuova valuta domestica in portafoglio, evidentemente più debole della moneta unica ? Questa svalutazione aumenterebbe drasticamente i costi delle importazioni per gli imprenditori domestici e i costi valutari per lo stato sul servizio del debito pubblico ancora denominato in euro. E genererebbe enorme inflazione importata nel Paese che ritorna alla valuta domestica pre-2001. Ma genererebbe anche un rialzo dei tassi di interesse su tutta la curva governativa dei bond ridenominati in valuta domestica, generando problemi di recessione e stagflazione per molti anni.
Crisi bancaria domestica: un’uscita improvvisa potrebbe scatenare una corsa agli sportelli, con i risparmiatori che ritirerebbero i propri soldi per evitare che vengano convertiti nella nuova valuta, percepita come la più debole. Questo porterebbe a un collasso del sistema bancario, il quale, come noto, detiene liquidità solo per una quota dei depositi accesi dalla clientela e non il 100%. Rilevante anche il contraccolpo della svalutazione dei titoli del debito pubblico in pancia ai bilanci delle banche domestiche, con probabili default delle banche di piccole dimensioni. L’uscita dall’euro infatti significa uscita dall’ombrello protettivo dei ri-finanziamenti della BCE.
Commercio internazionale: per il Paese uscente, le transazioni con gli altri membri della zona euro non sarebbero più «domestiche» ma diventerebbero transazioni internazionali soggette al rischio di cambio. Oltre alla reintroduzione di dazi doganali ! Questo renderebbe il commercio più rischioso e costoso, danneggiando l’export e le filiere produttive, e al contempo rendendo l’import assai più costoso per via della svalutazione della divisa domestica contro l’euro, e delle tariffe all’import che prima non esistevano. Una esplosione della inflazione, ripeto, sarebbe pressoché inevitabile!
In sintesi, l’uscita di un Paese dall’eurozona non è considerata «impossibile» in senso assoluto, ma è priva di una base giuridica nei trattati e le conseguenze economiche, finanziarie e legali sarebbero così gravi e caotiche da renderla, di fatto, un’opzione impraticabile per qualsiasi governo.
Ma c’è un ultima, la più pesante, conseguenza negativa dalla eventuale uscita di un Paese dall’euro: il pagamento per cassa dei saldi TARGET2 della bilancia dei pagamenti.
Cosa sono i saldi TARGET2?
TARGET2 (oggi T2, dopo un aggiornamento del sistema) è il sistema di regolamento dei pagamenti in tempo reale (Real-Time Gross Settlement) dell’Eurosistema. Come funziona?. Quando un pagamento transfrontaliero in euro viene effettuato da una banca di un Paese (diciamo, l’Italia) a una banca di un altro Paese (ad esempio, la Germania), questo viene regolato attraverso le banche centrali nazionali e il sistema TARGET2.
Ecco un esempio. se l’Italia compra un bene dalla Germania, la banca italiana debitrice paga la banca tedesca creditrice. Questo non è un pagamento per cassa, ma genera un debito per la Banca d’Italia nei confronti della Bundesbank e, per estensione, nei confronti del sistema TARGET2. Il conto della Banca d’Italia «va in rosso» nel sistema, mentre quello della Bundesbank «va in verde».
ATTENZIONE: questi saldi non sono crediti e debiti nel senso tradizionale. Non si accumulano interessi sul debito TARGET2 e non c’è una data di scadenza per il loro rimborso. Sono una conseguenza puramente contabile del sistema di pagamenti unico e della bilancia dei pagamenti dei singoli Paesi. I saldi TARGET2 sono essenzialmente una registrazione contabile del trasferimento di liquidità all’interno dell’Eurosistema.
Avete capito ora il gigantesco problema in caso di uscita di un Paese dalla divisa unica?
Se un Paese decidesse di uscire dall’euro, i saldi TARGET2 diventerebbero un problema reale e non più solo contabile, perché si dovrebbe adottare la Conversione in debito reale. I saldi passivi (quelli del Paese che ha più pagamenti in uscita che in entrata, come l’Italia) diventerebbero crediti reali che le banche centrali degli altri Paesi potrebbero reclamare. Questo debito, in quel momento, dovrebbe essere liquidato veramente per cassa! Si parla di centinaia di miliardi, non di pochi spiccioli. Per esempio a metà settembre 2025 il saldo dell’Italia nel circuito TARGET2 è negativo per ben 385mld di euro.
Come si pagherebbe il debito? Il Paese uscente dovrebbe rimborsare il proprio saldo negativo in euro, che a quel punto non sarebbe più la sua valuta nazionale. Avrebbe due opzioni principali, entrambe problematiche:
1. Pagare in contanti (o equivalenti in euro): Il Paese dovrebbe attingere alle proprie riserve valutarie o, più probabilmente, vendere asset (come titoli di Stato o asset privati) per ottenere euro da usare per il pagamento. Una tale manovra di vendita su larga scala causerebbe un altro crollo del valore di quegli asset.
2. Sottoscrivere un piano di rimborso: si potrebbe cercare un accordo con l’Eurosistema per rimborsare il debito nel tempo. Anche in questo caso, sarebbe un debito denominato in valuta estera (euro) e soggetto al rischio di cambio della nuova valuta nazionale, potenzialmente più debole.
In sintesi, il saldo TARGET2 è una conseguenza di un sistema di pagamenti integrato. Se questo sistema viene spezzato dall’uscita di un membro, una conseguenza puramente contabile si trasforma in un debito reale che deve essere saldato, aggiungendo un’ulteriore e potentissima barriera economica all’uscita dall’euro.
Ecco perché non dovete credere “agli uccellacci del malaugurio” che vi raccontano balle sulla possibilità di uscire dall’euro per un governo dell’eurozona.
(*) = cito solo alcuni link su internet che contengono le ragioni sulla irreversibilità dell’euro elaborati da primarie istituzioni internazionali: