Dal 1° luglio entrerà in vigore un nuovo regolamento che ridisegna profondamente le regole sulle importazioni siderurgiche.
L’Unione Europea ha deciso di rafforzare lo scudo a difesa dell’acciaio. Dal 1° luglio entrerà infatti in vigore un nuovo regolamento che ridisegna profondamente le regole sulle importazioni siderurgiche. L’obiettivo è chiaro: interrompere definitivamente ogni legame con la Russia entro settembre 2028 e proteggere un settore strategico per l’economia europea, da anni sotto forte pressione.
La dichiarazione congiunta di Parlamento europeo, Consiglio e Commissione è netta: le importazioni di prodotti siderurgici russi ancora consentite in base ad accordi transitori saranno eliminate completamente entro il 30 settembre 2028. Nel frattempo continueranno a essere gestite attraverso un sistema di quote, i cui volumi verranno progressivamente ridotti anno dopo anno. Gran parte della dipendenza europea dall’acciaio russo era già stata smantellata dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, ma alcuni flussi residuali erano rimasti attivi grazie a esenzioni temporanee. Queste deroghe, però, non saranno rinnovate.
Cosa cambia per l’acciaio
La parte centrale del regolamento riguarda una profonda revisione del sistema delle quote tariffarie. Il volume di acciaio importabile senza dazi viene ridotto a 18,3 milioni di tonnellate all’anno, con un calo del 47% rispetto ai livelli del 2024. Per le quantità che supereranno tale soglia scatterà un dazio del 50%, il doppio rispetto all’aliquota attuale del 25%. Le nuove disposizioni interesseranno complessivamente 30 categorie di prodotti siderurgici.
Viene comunque mantenuta una certa flessibilità operativa. Gli importatori potranno infatti trasferire le quote non utilizzate tra i diversi trimestri dell’anno, così da garantire forniture adeguate all’industria manifatturiera senza compromettere gli impegni commerciali internazionali assunti dall’Unione Europea.
Una delle novità più importanti riguarda anche la tracciabilità dell’acciaio e il contrasto all’elusione delle norme, una pratica molto diffusa che consiste nel trasformare il materiale in Paesi terzi per aggirare dazi e restrizioni. Il regolamento introduce il principio della «fusione e colata»: l’origine dell’acciaio verrà determinata dal luogo in cui il materiale è stato inizialmente fuso e colato in forma solida, indipendentemente dalle successive lavorazioni effettuate altrove.
Un settore in crisi in Europa
Il provvedimento arriva in un momento particolarmente difficile per la siderurgia europea. Dal 2008 il settore ha perso circa 100.000 posti di lavoro e nel 2024 il tasso di utilizzo degli impianti si è attestato al 67%, un livello considerato insufficiente per garantire una redditività sostenibile. La causa principale di questa crisi è l’eccesso strutturale di capacità produttiva a livello mondiale, soprattutto in Asia, che genera un flusso costante di acciaio a basso costo verso il mercato europeo.
L’arrivo di grandi quantità di acciaio a prezzi molto competitivi ha messo in forte difficoltà numerose aziende del settore, contribuendo al ridimensionamento della siderurgia sia in Italia sia nel resto del continente. Per questo motivo Bruxelles ha deciso di intervenire con misure più incisive, nel tentativo di proteggere la produzione europea e limitare le importazioni considerate potenzialmente dannose per il mercato interno.
Cosa cambia
Le conseguenze del nuovo regime sono destinate a farsi sentire su più fronti. Nel breve termine, la riduzione delle quote e l’aumento dei dazi renderanno le importazioni più costose, con possibili ricadute sui prezzi dell’acciaio sul mercato interno. Le industrie di trasformazione, automotive, edilizia, meccanica, potrebbero trovarsi a pagare di più per la materia prima, almeno nella fase di transizione.
Sul fronte occupazionale, le acciaierie europee potrebbero beneficiare di una domanda interna più sostenuta, con potenziale recupero di parte dei posti di lavoro persi negli ultimi vent’anni. Sul piano geopolitico, la chiusura definitiva all’acciaio russo entro il 2028 completa un percorso di disaccoppiamento economico dalla Russia avviato con l’invasione dell’Ucraina. Il rischio, segnalato da alcuni osservatori, è che misure troppo protettive rallentino la competitività europea nel lungo periodo, riducendo l’incentivo a innovare e a investire nella decarbonizzazione del settore. Il regolamento prevede però revisioni periodiche proprio per evitare tutto ciò.
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